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LA “SAUDADE” DEL TOTALMENTE ALTRO (Gilberto Gil)


Riflessione sulla Solennità della

Vangelo: Mt 28,16-20


I.

Esistono parole magiche proprie di un popolo e di una cultura, difficili da tradurre in un'altra lingua. Una di queste è la parola brasiliana “saudade”, che non si può ridurre semplicemente a “nostalgia” o “malinconia”. La “saudade” è molto di più: è un sentimento che racchiude un miscuglio di emozioni, dal senso di vuoto per la mancanza di qualcuno o qualcosa, fino al desiderio di riappropriarsi nel presente di ciò che si è perduto.

Solo un poeta e cantante come Gilberto Gil poteva descrivere la “saudade” con queste parole: «Ogni saudade è la presenza dell'assenza \ di qualcuno, un luogo o un qualcosa... \ come se il buio potesse illuminarsi».

La “saudade” è la struggente presenza di un'assenza: tristezza per ciò che si è perso, ma anche dolcezza nel ricordare ciò che si è avuto. È qualcosa che più che spiegarsi... si vive.

Io ho vissuto tre anni in Brasile come missionario, prima di andare in Africa, e lì ho percepito un poco cosa sia la “saudade”. Essa permea tutta la cultura brasiliana: la ritroviamo nella MPB, nel samba, nella bossa nova, in canzoni come “Chega de Saudade” di João Gilberto o “Eu Sei que Vou te Amar” di Tom Jobim e Vinicius de Moraes. La ritroviamo anche nella pittura, nella letteratura e nell'anima stessa del popolo brasiliano.

II.

Penso che il sentimento che abbia regnato maggiormente nel giorno dell'Ascensione di Gesù sia stato proprio quello della “saudade”.

Da parte degli apostoli: saranno stati assaliti da uno struggente dolore al pensiero di non vedere più Gesù. Come continuare a vivere senza il Maestro che aveva travolto e riempito di bellezza la loro vita? Il dolore della separazione esiste solo quando c'è stato un grande amore. Se non c'è dolore, probabilmente non c'è stato neppure amore. Paradossalmente, gli apostoli amarono ancora di più Gesù dopo averlo tradito ed essere stati perdonati da Lui. Avevano capito sulla loro pelle cosa significano le parole: “A chi è stato perdonato molto, amerà molto”. Ma insieme al dolore avranno sentito anche dolcezza: la gratitudine immensa per aver vissuto tre anni con Dio stesso. Questa è la “saudade”.

E penso che anche Gesù abbia provato “saudade”. Dopo più di trent'anni vissuti nel mondo, avrà sofferto il distacco da ciò che aveva amato. Se non avesse sofferto il distacco, non avrebbe amato veramente. Ma nello stesso tempo sapeva che l'Ascensione non era la fine della storia, bensì un nuovo inizio: tornava al Padre per prepararci un posto e poi ritornare a prenderci con Lui.

La solennità dell'Ascensione ci fa riscoprire l'importanza delle relazioni che continuano anche nel momento dell'assenza. Noi viviamo precisamente questa fase della “presenza dell'assenza” di Gesù. Non è vero che “lontano dagli occhi, lontano dal cuore”. Si può continuare ad amare anche quando la persona amata è lontana, come fanno i genitori con i figli partiti per lavorare o studiare all'estero. Quando ci si ama davvero, “lontano” è un luogo che non esiste.

Ecco allora che la nostra fede può essere definita una “saudade” dell'infinito, che è venuto tra noi e che ritornerà a prenderci. Parafrasando il titolo di un saggio del filosofo Max Horkheimer, direi che la fede è la “Saudade” del Totalmente Altro, o meglio ancora, del Totalmente Prossimo. Ma è una “saudade” che non si chiude narcisisticamente nel sentimento: diventa vita, diventa testimonianza, diventa desiderio di far nascere negli altri la nostalgia di Cristo. Gesù è tornato al Padre, e ora tocca a noi mantenere viva nel mondo la “saudade” di Lui finché ritornerà, come ha promesso.

III.

In conclusione. Gilberto Gil definiva la “saudade” come “la presenza dell'assenza”. Forse è proprio questo il mistero dell'Ascensione. Da quel giorno gli apostoli hanno smesso di vedere Gesù, ma non hanno mai smesso di sentirlo vicino. Perché quando ami davvero qualcuno, la sua assenza non lo cancella: lo rende immenso.

Gesù è salito al cielo non per allontanarsi da te, ma per essere ancora più presente nella tua vita. E così la fede diventa questa dolcissima “saudade di Dio": la nostalgia di Qualcuno che sembra assente... e che invece è più vicino a te di te stesso.

E forse essere cristiano è proprio questo: vivere con questa “divina saudade” nel cuore, come un innamorato che continua ad aspettare la persona amata, finché un giorno non sarà più nostalgia... ma incontro con l'Amato.


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