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“INNAMORÁTI PER FARCI INNAMORARE” (Paolo Curtaz)


Commento al Vangelo della

Vangelo: Gv 10,1-10



I.

Lo scrittore e insegnante statunitense Dale Carnegie, nel suo libro, che ha venduto più di 15 milioni di copie “Come trattare gli altri e farseli amici”, dice che il suono più dolce che ogni persona può sentire è il suono del proprio nome. Forse è per questo che rimaniamo infastiditi quando le persone a cui teniamo non ricordano il nostro nome o, peggio, ci chiamano con il nome di un altro. Ci indispettiamo non solo perché ci aspetteremmo che quella persona si ricordasse il nostro nome, ma anche perché pensiamo di non aver colpito l'altro in modo tale da essere ricordati. Invece ci sentiamo lusingati quando, a distanza di anni, qualcuno ricorda ancora il nostro nome, ancor più se si tratta di una persona importante. Si dice che Napoleone Bonaparte avesse una memoria formidabile per i nomi e, in questo modo, si fosse fatto molti amici e alleati. È vero che qualcuno non ce la fa proprio a ricordare i nomi, specie quando sono tanti, ma c'è anche chi fa finta di dimenticarsi il nome di qualcuno solo per offenderlo, insinuando che non è così importante da meritare di essere ricordato. Essere chiamati per nome ha un potere quasi magico, che ci predispone favorevolmente verso qualcuno.

Una volta, entrando in una classe nuova per fare lezione, sentii il capoclasse che aveva iniziato l'appello non chiamando gli studenti col loro nome, ma col numero corrispondente sul registro: 1 - presente; 2 - presente; 3 - non c'è; 4 - presente... Rimasi inorridito e chiesi agli studenti: “Ma tu ti chiami 1 e tu 2?” “No”, mi dissero, “questo è il modo più rapido per segnare le presenze senza perdere tempo”. Ma chiamare le persone per nome non è una perdita di tempo, anzi. Allora chiesi che ciascuno venisse chiamato per nome, così che tutti potessero imparare il nome degli altri e ognuno potesse sentirsi una persona e non un numero. Nei campi di concentramento le persone erano marcate coi numeri. Anche negli ospedali, a volte, i pazienti sono indicati, per esempio, come “il 2 della stanza 7”.

I primi giorni da missionario in Africa, quando le persone mi vedevano passare per strada, mi guardavano sorridendo e pronunciavano il mio nome. Io allora mi fermavo e chiedevo loro cosa volessero, perché mi avevano chiamato. E loro mi rispondevano: “Non vogliamo niente, stavamo solo salutando”. Salutare qualcuno è chiamarlo per nome. Questo significava che dovevo imparare il nome delle persone, se volevo salutarle.

Claudio Baglioni, nella sua bellissima canzone Reginella, dice: “quei nomi che inventai, quando li pronunciavo, non era per chiamarti ma per sospirarli”. (Tra parentesi: rimango sempre dell'idea che anche Baglioni, oltre a Bob Dylan, meriterebbe il premio Nobel per la letteratura).


II.

Chiamare qualcuno per nome è toglierlo dall'anonimato. Non è sufficiente, però, solo chiamare per nome: ci vuole ancora qualcosa di più. Nella bellissima canzone “Vocazione” di Pierangelo Sequeri, il chiamato dice: “Quante volte un uomo con il nome giusto mi ha chiamato, una volta sola l'ho sentito pronunciare con amore”. La vocazione (ed oggi è proprio la Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni) è la risposta da innamorati a chi ci ha chiamato con amore.

In un commento al Vangelo di questa domenica, il bravissimo Paolo Curtaz dice ai sacerdoti e religiosi: “Che poi siate fragili, incoerenti, a volte burberi, poco importa. Siate, però, innamorati. Per farci innamorare”. È una bella definizione di coloro che sono chiamati da Dio: il sacerdote, il consacrato è un innamorato che fa innamorare. Gesù chiama per nome non solo i consacrati, ma tutti, come abbiamo sentito nel Vangelo di questa domenica, dove Gesù, parlando di sé come del Buon Pastore, dice che “egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome”. Lui chiama ciascuno di noi per nome, e ci chiama con amore. E noi siamo qui perché ci siamo sentiti chiamare da Lui con amore e lo seguiamo perché abbiamo riconosciuto la sua voce. In passato tanti andavano in chiesa per paura dell'inferno o dei castighi che Dio poteva infliggere già in questa vita. Noi invece siamo qui non per timore, ma per amore, perché siamo innamorati di Dio. Nessuno ci obbliga. Siamo ritornati in chiesa dopo la pandemia per libera scelta, quando avremmo potuto fare come altri che hanno colto l'occasione per non tornare più. Noi siamo ancora qui, e questo è bellissimo. Così come è bello sapere che, in questi ultimi giorni, c'è un risveglio della fede dei giovani in molte parti del mondo occidentale: i numeri dei nuovi battezzati nella notte di Pasqua di quest'anno in Francia, Belgio, New York, ecc. sono duplicati, triplicati. Certo sono ancora numeri relativi, ma molto incoraggianti.

Chi si sente chiamato per nome, prima o poi cerca anche la porta da cui entrare. “Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato: entrerà e uscirà e troverà pascolo”, ci dice ancora oggi Gesù nel Vangelo. “Io sono venuto perché abbiate la vita e l'abbiate in abbondanza”. Eppure quante volte ci infiliamo in altre porte che non ci portano alla vita, ma alla desolazione.


III.

Per concludere.

Vi ricordate: settimana scorsa vi avevo parlato del pessimismo cosmico di Giacomo Leopardi e del luogo della tomba di Torquato Tasso, visitata da lui nella chiesa di Sant'Onofrio al Gianicolo (in parte all'Ospedale Bambin Gesù). Lì Leopardi aveva trovato un po' di sollievo alla sua disperazione. Ma se, invece di aver oltrepassato solamente la porta della chiesa e fermarsi in fondo a cercare conforto sulla tomba di un morto, avesse oltrepassato la porta di Gesù, Buon Pastore vivente, avrebbe trovato rimedio al suo sconforto e, dal Poeta divino Gesù Cristo, avrebbe trovato la linfa per diventare poeta non del pessimismo cosmico, ma dell'Amore cosmico.

Anche se nello Zibaldone Leopardi scrisse che Gesù rappresentava per lui l'unica figura degna di essere seguita, in quanto incarnava i valori dell'amore, della compassione e della giustizia sociale, non ebbe però mai il coraggio di attraversare pienamente la porta di Gesù. Perché, purtroppo, è possibilissimo oltrepassare solo la porta della chiesa, ma non oltrepassare la porta di Gesù.

E tu, che hai già oltrepassato la porta della chiesa, hai oltrepassato anche quella di Gesù?



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Questo invito è aperto a tutti, ma in modo particolare ai fratelli sacerdoti: se desideri condividere un pensiero, un saluto, un commento, una parola di incoraggiamento o anche una critica costruttiva - per migliorare le mie riflessioni o semplicemente per avviare un dialogo fraterno e uno scambio di esperienze - sarò felice di leggerti. Puoi scrivermi a questo indirizzo: eziolorenzobono@hotmail.com

 
 
 

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