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IL PESSIMISMO COSMICO (Giacomo Leopardi)


Commento al Vangelo della

Vangelo: Lc 24,13-35


I.

All'età di 24 anni, Giacomo Leopardi visse per cinque mesi a Roma. Il soggiorno romano però fu per lui profondamente deludente e quindi decise di ritornare alla sua Recanati, il “natio borgo selvaggio” da dove da sempre aveva voluto scappare. A Roma, “questa città che non finisce mai”, sperava di trovare il riconoscimento del suo genio poetico e, conseguentemente, una sua indipendenza economica, ma rimase deluso da tutto: dalle persone, dai luoghi, dai parenti dei quali era ospite (“Delle gran cose che io vedo, non provo il menomo piacere, perché conosco che sono meravigliose, ma non lo sento, e t'accerto che la moltitudine e la grandezza loro m'è venuta a noia dopo il primo giorno”). Addirittura sembra che la parentesi romana fu il periodo più penoso e mortificante della sua vita. L'unico “piacere” fu quello di visitare la tomba di Torquato Tasso (un altro genio tormentato come lui) nella chiesa di Sant'Onofrio al Gianicolo.

Non c'è da stupirsi che Leopardi non amò Roma. Era una persona troppo afflitta. Era affetto, da quando aveva 16 anni, da una rara malattia che colpisce la colonna vertebrale, che deformò il suo corpo e gli provocò anche il sorgere della gobba (come viene ben descritto nel film Il giovane favoloso). Chi è colpito da questa malattia viene anche definito “l'uomo che non guarda il cielo”. Il pessimismo di Leopardi non era conseguenza di una depressione, come si era sempre pensato, ma di una malattia degenerativa della quale aveva piena coscienza e che lo fece rivoltare contro la natura matrigna. Questo pessimismo si acutizzò col passare del tempo fino ad arrivare al “pessimismo cosmico”, e cioè l'idea che non solo l'uomo non potrà mai raggiungere la felicità, ma sarà sempre condannato all'infelicità. (Dallo Zibaldone leggiamo: “Tutto è male. Cioè tutto quello che è, è male; che ciascuna cosa esista è un male; ciascuna cosa esiste per fin di male; l'esistenza è un male e ordinata al male; il fine dell'universo è il male; l'ordine e lo stato, le leggi, l'andamento naturale dell'universo non sono altro che male, né diretti ad altro che al male. Non v'è altro bene che il non essere; non v'ha altro di buono che quel che non è; le cose che non son cose: tutte le cose sono cattive”). Arriverà addirittura a mettere in dubbio l'esistenza di Dio e addosserà tutta la colpa alla Natura matrigna, che maltratta i suoi figli e che non fa differenza tra gli uomini e le formiche.

Eppure, nonostante, o forse grazie al suo pessimismo cosmico, Leopardi a soli 20 anni produce il capolavoro della poesia italiana intitolato L'infinito, composto sul “colle solitario” (“Sempre caro mi fu quest'ermo colle”), il monte di Recanati chiamato Monte Tabor, lo stesso nome del monte della Trasfigurazione di Gesù. E qui Leopardi assiste anche lui a una “trasfigurazione”. Dietro la siepe che gli impedisce di vedere l'interezza dell'orizzonte (“questa siepe, che da tanta parte dell'ultimo orizzonte il guardo esclude”) percepisce la voce dell'eternità (“e mi sovvien l'eterno”). In mezzo a un pessimismo cosmico, c'è ancora una vocina, la voce dell'infinito, dell'eternità (“il suon di lei”), che si rivela a lui come in una trasfigurazione.


II.

Anche il racconto dei due discepoli di Emmaus ci parla di un pessimismo immenso. La sera di Pasqua, Cleopa e l'altro discepolo abbandonano Gerusalemme, desolati perché tutto è finito. Gesù è morto e loro si sono sentiti traditi dalla sua morte: “Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele”, ma il fatto che sia stato ucciso è una prova innegabile che non era il Messia; altrimenti non solo non sarebbe morto, ma avrebbe sconfitto i Romani. Come hanno potuto lasciarsi ingannare così?

Abbandonano, o meglio, scappano da Gerusalemme con un'amarezza infinita per nascondersi a Emmaus, il luogo del disincanto che li riporta alla cruda realtà.

Non è lo stesso pessimismo che assale molte volte anche noi durante la nostra vita, soprattutto quando i sogni che avevamo sono stati tutti traditi? Anche noi ci incamminiamo verso la nostra Emmaus, disincantati, con una tristezza che spegne la luce dai nostri occhi. Anche noi, a volte (come Leopardi), arriviamo a mettere in discussione l'esistenza di Dio o (come i discepoli di Emmaus) ci interroghiamo sul suo non intervento. Ed entriamo in una crisi di fede, che è una crisi di speranza, che è una crisi di amore. Fede, speranza, amore vanno sempre insieme: se viene meno uno, vengono meno tutti. Scivoliamo così, pian piano, in un pessimismo cosmico, dove tutto è letto con tinte fosche e leggiamo solo ciò che conferma il nostro pessimismo, così che tutto è giudicato in modo disdicevole: il mondo è perduto, gli uomini sono infingardi, i parenti e gli amici ingrati. I nostri occhi sono impediti, come dice il Vangelo a proposito dei due discepoli di Emmaus, e come loro aggrediamo chi non ci capisce: “Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?”. Ma tu da dove vieni? Non sai quello che mi succede nella vita? E ci mettiamo a scaricare su chi ci ascolta tutto il nostro pessimismo, come se fosse la realtà più vera. Ogni pessimista, infatti, non dice mai di essere pessimista, ma di essere realista. Il mondo è così come dice lui e basta. E finiamo per credere che il mondo sia proprio così. Come lo fu per lo sfiduciato Leopardi, che non riusciva a vedere nulla di buono a Roma (com'è possibile che a Roma, la grande bellezza, non abbia visto nulla di bello?).

Una volta, un prete molto pessimista, che si lamentava di tutto e vedeva tutto nero, mi disse sconsolato che la sua chiesa era semi-vuota e mi chiese se anche la mia lo fosse. “No”, risposi io, “la mia chiesa è semi-piena”. La realtà dipende da come la leggiamo: per il pessimista il bicchiere è sempre semivuoto e per l'ottimista, invece, il bicchiere è sempre semipieno.


III.

Per concludere.

I due discepoli di Emmaus, nella loro fuga da Gerusalemme, nonostante il pessimismo assoluto che li avvolgeva, avevano sentito qualcosa che bruciava dentro di loro: hanno avuto una rivelazione. “Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?”.

Giacomo Leopardi, nonostante il suo pessimismo cosmico, sul monte Tabor di Recanati ha assistito anche lui a una trasfigurazione, come intuiamo dall'ultimo meraviglioso verso della poesia L'infinito: “Così tra questa immensità s'annega il pensier mio: e il naufragar m'è dolce in questo mare”.

Così anche noi, che disincantati tante volte ci dirigiamo verso la nostra Emmaus, diamo una direzione nuova alla nostra vita e ritorniamo a Gerusalemme. Il pessimismo cosmico si vince solo con un Amore cosmico (“Resta qui con noi”). Il Signore è risorto. Non è più tempo delle lamentele e dei piagnistei. È tempo di riinnamorarci ancora.



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