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BUCHI NEL MURO (Sugata Mitra)




BUCHI NEL MURO (Sugata Mitra)

Commento al Vangelo della XI Domenica del Tempo Ordinario (Anno B)  (16/06/2024)

Mc 4,26-34 (Il granello di senape)

I.

In questi mesi, mentre preparavo le lezioni per i miei studenti dell'università, ho ripreso la figura di Sugata Mitra, il ricercatore e accademico indiano che, sebbene non sia un pedagogista nel senso stretto del termine, ha contribuito significativamente al campo dell'educazione e della tecnologia educativa. È diventato famoso soprattutto attraverso il suo progetto "Hole in the Wall" (Buco nel muro) e il concetto di “auto-apprendimento supervisionato” detto SOLE dalle iniziali in inglese “Self-Organized Learning Environments”. Nel 1999, Mitra installò un computer in un buco fatto in una parete di un quartiere povero di Nuova Delhi, lasciando i bambini liberi di usarlo senza alcuna istruzione formale. In poche ore, i bambini, che non avevano mai visto un computer prima, impararono da soli a navigare su internet e a utilizzare varie applicazioni. Oggigiorno questo è una cosa normale, ma 25 anni fa fu una scoperta sorprendente. Mitra chiamò questo approccio educativo "educazione minimamente invasiva". Questo esperimento dimostra che, i bambini possono crescere e apprendere autonomamente se messi nelle giuste condizioni. Mitra aveva gettato in quei bambini un seme di curiosità e autodeterminazione, e senza saperlo, aveva avviato un processo di crescita e apprendimento straordinario.

II.

In educazione avviene qualcosa di simile a quello che ha detto Gesù nella parabola di questa domenica, dell'uomo “che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa”. Gli educatori e i genitori, tante volte si sforzano di seminare qualcosa di buono nei loro studenti e figli, ma spesso hanno la sensazione di essere inascoltati. Succede anche però, con grande sorpresa, che dopo anni si sentono dire dai loro figli o dai loro ex studenti: “grazie per tutto quello che mi hai insegnato, mi è servito molto per crescere e essere quello che sono oggi”.

Lo stesso vale quando educhiamo alla fede: i sacerdoti, i catechisti, e gli stessi genitori, spesso si scoraggiano perché dicono che ai ragazzi e giovani d'oggi non interessa nulla della fede. Nonostante ciò noi dobbiamo seminare, instillare nei loro cuori quei semi di Dio che poi cresceranno, senza che noi sappiamo come. Dobbiamo insinuare nelle loro menti e nei loro cuori che oltre agli iPhone, alle serie TV o ai divertimenti, c'è qualcosa d'altro di molto più importante e fondamentale che da significato e bellezza alla loro vita. “Non possiamo tacere alle giovani generazioni, i valori che danno senso alla vita”, ha detto più volte Papa Francesco agli educatori, parlando del Patto Educativo Globale.

Il nostro compito come educatori è quello di piantare semi di conoscenza, ispirazione, valori morali e spirituali. Non possiamo sempre prevedere come e quando questi semi germoglieranno e porteranno frutto. Ogni figlio e ogni studente è unico, e il processo di apprendimento e crescita può variare enormemente da ciascuno di loro.

Come l'uomo della parabola di questa domenica, possiamo vegliare e curare, ma la vera crescita spesso avviene lontano dai nostri occhi, nel silenzio delle riflessioni personali, delle esperienze quotidiane e delle scoperte interiori dei nostri figli e studenti. Tuttavia, proprio come nella parabola, anche nel nostro lavoro di educatori avviene qualcosa di miracoloso. Nonostante non possiamo controllare ogni aspetto della crescita dei nostri studenti e figli, possiamo creare un ambiente favorevole, nutrire la loro curiosità e sostenere il loro sviluppo, infondere in loro fiducia. E un giorno, quando meno ce lo aspettiamo, vedremo i frutti del nostro lavoro. Vedremo studenti che diventano adulti responsabili, pensatori critici, cittadini impegnati e, in generale, figli migliori.

La parabola ci insegna anche l'importanza della pazienza e della fiducia che sembrano essere virtù fuori moda. In educazione non possiamo aspettarci risultati immediati. La crescita richiede tempo, e noi dobbiamo avere la fiducia che, con il giusto sostegno e la giusta cura, i semi che abbiamo piantato daranno frutto. Fondamentale è il ruolo del sole, che fa sbocciare e germinare i semi. Per noi cristiani il Sole che illumina e fa crescere è Dio.

III.

Per concludere. Il significato di educare, “e-ducere”, portare fuori, è legato a quello di seminare e al seme che spunta dalla terra, viene fuori e cresce. L'amato Cardinale che mi ha consacrato sacerdote, Carlo Maria Martini, e che ha dedicato buona parte del suo magistero ai temi dell'educazione, disse che “Educare è come seminare: il frutto non è garantito e non è immediato, ma se non si semina è certo che non ci sarà raccolto.”

Il concetto educativo che Sugata Mitra ha sviluppato, come abbiamo detto, lo ha chiamato SOLE. Se Sugata Mitra ha fatto dei buchi nei muri per metterci dei computer, anche noi facciamo dei buchi nei muri delle stanze dei nostri ragazzi, ma non per metterci degli schermi, ma per permettere loro di vedere il sole, quello vero, e non quello digitale. Sui muri delle loro stanze non appendiamo specchi dove posso vedere solo se stessi, ma apriamo finestre dove possono vedere il mondo attorno a loro.

Se i nostri figli rimangono sempre ricurvi sullo smartphone o sul computer, non potranno mai guardare al cielo, non potranno mai ammirare l'arcobaleno e soprattutto non potranno vedere il Sole. Noi cristiani non ricorriamo a soli artificiali come fanno gli altri educatori che non credono in Dio, ma ricorriamo al Sole vivo che è Dio, l'unico Sole che può davvero far sbocciare e crescere i nostri e suoi figli.

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