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DE-PIXELLARE IL MONDO (Thomas Hirschhorn)

17 ore fa
Tempo di lettura: 4 min

Commento al Vangelo della

Vangelo: Mt 22,15-21


I.

Qualche anno fa, al MAXXI di Roma, l'artista Thomas Hirschhorn presentò una mostra dal titolo “The Purple Line”. Tra le opere esposte c'erano numerose immagini prese da Internet, alcune delle quali erano state pixelate: e cioè rese irriconoscibili attraverso tanti piccoli quadratini. Normalmente si pixella qualcosa perché non vogliamo, o non possiamo, vederlo: un volto, una scena violenta, un particolare che deve rimanere nascosto.

Hirschhorn poneva però una domanda profonda: chi decide che cosa possiamo vedere e che cosa invece deve essere nascosto? E invitava a compiere l'operazione contraria: “depixellare” le immagini, tornare a guardare la realtà, rieducare il nostro sguardo.

Quell'immagine mi è rimasta impressa. Perché forse oggi non abbiamo bisogno soltanto di depixellare le fotografie. Abbiamo bisogno di depixellare il mondo. Viviamo infatti immersi in una civiltà delle immagini. Mai come oggi abbiamo avuto a disposizione tante immagini, fotografie, video, schermi. E con l'intelligenza artificiale siamo arrivati persino a generare immagini di persone che non sono mai esistite, ma che sembrano assolutamente reali.

Paradossalmente, però, mentre aumentano le immagini che possiamo vedere, sembra diminuire la nostra capacità di guardare in profondità. Vediamo tutto, ma rischiamo di non riconoscere più nulla. Confondiamo l'apparenza con la realtà, la rappresentazione con la verità. Abbiamo moltiplicato le immagini, ma forse abbiamo perduto lo sguardo.


II.

Anche nel Vangelo di questa domenica tutto comincia con un'immagine. I farisei, insieme agli erodiani, cercano di mettere Gesù in difficoltà con una domanda apparentemente innocente: «È lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». È una trappola. Se Gesù risponde di sì, rischia di apparire come un collaboratore del potere romano; se risponde di no, può essere accusato di ribellione contro l'imperatore. Ma Gesù non cade nella trappola. Chiede che gli venga mostrata una moneta e pone una domanda chiara: «Questa immagine e l'iscrizione, di chi sono?». «Di Cesare», rispondono. Ed ecco la celebre risposta: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

Questa frase viene spesso interpretata come una distinzione tra il potere politico e quello religioso, tra lo Stato e la Chiesa. Ed è certamente anche questo. Ma credo che Gesù voglia portarci molto più in profondità. La sua domanda riguarda un'immagine. Sulla moneta è impressa l'immagine di Cesare. Quella moneta appartiene dunque al mondo di Cesare, al suo potere, alla sua economia.

Ma se sulla moneta c'è l'immagine di Cesare, sull'uomo quale immagine è impressa? Per un ebreo che conosceva le Scritture, la risposta era immediata. Nel primo capitolo della Genesi leggiamo: «Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò» (Gen 1,27). Ecco allora che le parole di Gesù acquistano una profondità straordinaria. La moneta porta l'immagine di Cesare. Tu porti l'immagine di Dio. A Cesare puoi restituire la moneta. Ma a Dio che cosa devi restituire? Non semplicemente una preghiera, un'offerta, qualche momento della tua settimana. Devi restituire te stesso, perché tu appartieni a Dio. Non si tratta dunque di dividere la nostra vita in due territori: una parte a Cesare e una parte a Dio. Come se Dio fosse il proprietario soltanto della nostra dimensione religiosa, mentre tutto il resto appartenesse ad altri. Gesù ci ricorda che esiste un'immagine più profonda di tutte le altre, un'appartenenza che precede ogni altra appartenenza: quella a Dio. Noi non siamo stati creati a immagine di Cesare, né del potere, né del denaro, né del successo. Siamo stati creati a immagine e somiglianza di Dio. E questa immagine non può essere cancellata da nessuno. Possiamo offuscarla con le nostre scelte, deformarla con il peccato, nasconderla sotto mille maschere. Ma essa rimane impressa nella profondità del nostro essere.


III.

Vorrei allora tornare all'immagine dalla quale siamo partiti: quella delle fotografie pixelate.

Forse anche noi, senza accorgercene, abbiamo finito per pixellare la nostra identità. La società ci attribuisce continuamente delle immagini: siamo consumatori, produttori, contribuenti, elettori, utenti, clienti, followers. Veniamo classificati in base a quello che possediamo, a quello che produciamo, alla nostra posizione sociale, al nostro successo, alla nostra bellezza. E finiamo talvolta per identificarci con queste immagini.

Ma chi siamo veramente, al di là di tutte queste etichette? Un giovane può convincersi di valere soltanto per il numero dei suoi followers. Un lavoratore può sentirsi inutile quando perde il lavoro. Un anziano può pensare di non contare più nulla perché non è più produttivo. Sono tutte immagini di Cesare. Immagini che il mondo imprime su di noi e attraverso le quali pretende di definire il nostro valore.

Ma Gesù ci invita a compiere un'operazione straordinaria: quella di depixellare la nostra esistenza, togliere tutte queste immagini sovrapposte e ritrovare quella originaria, quella che Dio ha impresso in ciascuno di noi.

Tu non sei quello che possiedi. Non sei il tuo successo o il tuo fallimento. Non sei il numero dei tuoi followers. Non sei neppure soltanto la somma dei tuoi errori. Tu sei immagine di Dio.

E c'è un'altra conseguenza, forse ancora più impegnativa. Se io porto impressa l'immagine di Dio, anche l'altro la porta. Anche la persona che non mi piace, che mi ha ferito, che considero diversa, lontana, perfino nemica. Quanto sarebbe diverso il mondo se imparassimo a guardare le persone non attraverso le etichette che abbiamo loro attribuito, ma attraverso l'immagine di Dio che portano dentro! Forse è proprio questo il compito più urgente dell'educazione e anche della nostra fede: rieducare lo sguardo, imparare a vedere oltre le apparenze, riconoscere la dignità nascosta in ogni essere umano.

Ecco allora il significato più profondo di quel “rendete a Dio quello che è di Dio”.

Non si tratta soltanto di dare qualcosa a Dio. Si tratta di restituire a Dio la sua immagine, quella che Egli ha impresso in noi, e di riconoscerla nel volto di ogni fratello e sorella.

Per concludere, vorrei lasciarvi con una domanda.

Quando Gesù mostrò la moneta, domandò: «Di chi è questa immagine?». Oggi forse prende nelle sue mani non una moneta, ma la nostra stessa vita. Ci guarda negli occhi e ci pone la medesima domanda: «Di chi è questa immagine?».

E noi, sotto tutti i pixel che il mondo ha sovrapposto al nostro volto, possiamo finalmente rispondere:

«È la tua, Signore. È la tua immagine».



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