GESÙ CAPITALISTA? (Max Weber)

Commento al Vangelo della
XXXIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (15/11/2026)
Vangelo: Mt 25,14-30
I.
Quest'estate, durante i mesi trascorsi a New York, ho avuto l'opportunità di visitare la celebre Borsa di Wall Street, uno dei luoghi simbolo del capitalismo mondiale. Un amico che lavora lì mi ha accompagnato all'interno del palazzo, facendomi da guida. È uno dei luoghi dove ogni giorno si muovono enormi capitali, si comprano e si vendono azioni, si investono fortune nella speranza di moltiplicarle. Naturalmente, chi investe cerca di guadagnare il più possibile, possibilmente rischiando il meno possibile.
Questa visita mi offre lo spunto per ricordare un celebre libro del sociologo tedesco Max Weber, L'etica protestante e lo spirito del capitalismo. In quest'opera Weber analizza come alcune convinzioni religiose, soprattutto del protestantesimo calvinista e puritano, abbiano contribuito allo sviluppo dello spirito del capitalismo moderno. Tra i riferimenti biblici richiamati compare anche la parabola dei talenti che abbiamo ascoltato questa domenica.
Da allora il capitalismo si è trasformato profondamente, ma la logica della produttività è diventata sempre più pervasiva. Dobbiamo produrre, competere, migliorare le nostre prestazioni, raggiungere risultati. E oggi, con l'intelligenza artificiale, questa corsa rischia di accelerare ulteriormente: se una macchina può svolgere in pochi minuti ciò che prima richiedeva ore, ci viene chiesto di fare sempre di più, sempre più velocemente.
Siamo arrivati al punto che perfino il valore delle persone rischia di essere misurato in termini di rendimento. Quanto produci? Quanto guadagni? Quanto sei efficiente? Quanto vali sul mercato?
Ma siamo sicuri che questa sia anche la logica del Vangelo?
II.
A prima vista, la parabola di oggi sembrerebbe proprio confermarla. Un padrone, prima di partire, affida il suo patrimonio a tre servi. Al ritorno, premia i primi due, che hanno raddoppiato il capitale, mentre condanna il terzo, che si è limitato a conservare ciò che aveva ricevuto. Sembra quasi una lezione di economia: chi investe e produce viene premiato, chi non produce viene punito. E Gesù aggiunge perfino una frase sconcertante: «A chiunque ha, verrà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha». Possibile che Gesù voglia insegnarci questo? Che Dio sia una specie di imprenditore, interessato soprattutto al rendimento dei suoi investimenti?
Forse dovremmo leggere questa parabola, alla luce dell'intero capitolo 25 di Matteo dove è inserita. Subito dopo, Gesù racconta il giudizio finale, dove, sorprendentemente, il Figlio dell'uomo non chiede, come ci aspetteremmo dalla logica conseguenza della parabola precedente, quanti talenti abbiamo moltiplicato, quanti successi abbiamo ottenuto, quanto abbiamo prodotto, ma dice: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi».
Ecco allora una possibile chiave per rileggere la parabola precedente: il frutto dei talenti che Dio ci ha affidato è l'amore che siamo riusciti a generare. Non importa se abbiamo ricevuto cinque talenti, due oppure uno solo. Non importa se siamo persone brillanti, intelligenti, carismatiche, capaci di grandi imprese, oppure persone semplici, che non hanno mai fatto nulla di straordinario. Tutti abbiamo ricevuto, in forme e misure diverse, la capacità di amare.
E il terzo servo? Potrebbe essere definito dalle sue stesse parole: «Ho avuto paura». Forse è proprio questa la sua tragedia. Non tanto aver perso un'occasione di generare qualcosa, quanto aver lasciato che la paura gli impedisse di provare. Possiamo vedere in lui l'immagine di tante persone che, per paura di soffrire, di essere deluse, di non essere ricambiate, finiscono per non amare.
Ma un cuore che non ama per paura di soffrire è come un talento nascosto sottoterra: rimane intatto, ma non genera nulla.
III.
In conclusione, torniamo allora alla Borsa di New York, da cui siamo partiti. Nel mondo degli affari, un investimento sbagliato può farci perdere il capitale. E per questo bisogna calcolare bene i rischi, valutare le possibilità di guadagno e cercare di evitare le perdite. Ma nell'amore le cose funzionano diversamente. Quando amiamo qualcuno, non abbiamo nessuna garanzia che il nostro amore venga ricambiato. Possiamo essere fraintesi, delusi, perfino feriti. Possiamo anche sbagliare il modo di amare, e allora dobbiamo avere l'umiltà di riconoscerlo e di imparare. Ma l'amore non è un capitale che diminuisce ogni volta che lo doniamo. Anzi, è proprio donandolo che impariamo ad amare. Potremmo dire che l'amore è autogenerativo, genera altro amore.
E allora, per non rimanere solo nelle idee, impegnati in qualche gesto concreto. Pensa a una persona alla quale hai smesso di manifestare il tuo affetto, forse per paura di essere respinto, forse per una delusione, forse semplicemente perché hai lasciato passare troppo tempo. Se è possibile e opportuno, fai tu il primo passo. Una telefonata, una visita, una parola buona, un gesto di riconciliazione.
Non aspettare di essere sicuro che tutto andrà bene. Nell'amore non esistono investimenti a rendimento garantito.
E se il tuo gesto non verrà accolto? Se non riceverai nulla in cambio? Avrai comunque tentato di amare. E forse avrai imparato qualcosa che ti aiuterà ad amare meglio. Perché, a differenza del denaro, l'amore che doni non ti rende più povero. Ti rende più capace di amare. È l'unico capitale che cresce proprio quando lo spendi.
E allora, non aver paura di amare. Perché il vero fallimento non è amare senza essere ricambiati. È avere un cuore capace di amare e lasciarlo sepolto sotto terra.
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