GLI INSEGNAMENTI DI DON JUAN (Carlos Castaneda)
- P. Ezio Lorenzo Bono, CSF

- 10 ore fa
- Tempo di lettura: 5 min

Commento al Vangelo della
V Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (08/02/2026)
Vangelo: Mt 5,13-16
I.
Secondo statistiche recenti, la vita media nel mondo è di circa 74 anni. In Occidente supera gli 80. Nei Paesi più longevi arriva a 84-85 anni. In pratica: viviamo più a lungo di qualunque generazione prima di noi. Le statistiche però non ci dicono se all'allungamento della vita abbia corrisposto anche un allungamento della felicità. Più che sapere “quanto” viviamo, importa sapere “come viviamo” e “perché viviamo”. Cosa serve infatti vivere una vita lunga ma senza sapore, senza senso?
Come è possibile sapere se la strada che stiamo percorrendo nel viaggio della nostra vita ha un senso? Secondo lo scrittore peruviano Carlos Castaneda, la strada che percorriamo deve “avere un cuore”. Attraverso lo sciamano Don Juan (nel libro "Gli insegnamenti di Don Juan") dice: “Questa strada ha un cuore? Se lo ha, la strada è buona. Se non lo ha, non serve a niente”. Fin qui siamo d'accordo con lui. Ma poi aggiunge: “Entrambe le strade non portano da alcuna parte, ma una ha un cuore e l'altra no. Una porta un viaggio lieto; finché la segui sei una sola cosa con essa. L'altra ti farà maledire la tua vita. Una ti rende forte; l'altra ti indebolisce”. Ecco che già non siamo più d'accordo. Se la strada non porta ad alcuna parte non può avere un cuore, non può permetterti un viaggio felice. Come posso essere felice sapendo che sto percorrendo una strada che non porta da nessuna parte, o peggio che mi porterà verso l'ignoto, il nulla?
Tra i vari commenti che ho letto sul viaggio della vita, ho trovato questo: “Non c'è un modo giusto da cercare per arrivare da qualche parte. C'è il modo giusto per sé, che non condurrà da nessuna parte, ma darà un senso al tuo andare”. Ma io chiedo: andare da nessuna parte dà senso all'andare? Sarebbe come dire che il senso di un ricercatore, di uno scopritore, è quello di non scoprire niente.
Un altro scrive: “In qualsiasi momento della vita non sarai mai da qualche parte. Bisogna cancellare dalla mente l'idea che in qualche momento della vita, fosse anche negli ultimi istanti di una vita lunga e piena, si arriverà da qualche parte.... La meta non esiste. Sì, lo so, è solo una contraddizione semantica”. Per lo meno si è accorto della contraddizione, che non è solo semantica. Parla di una vita lunga e piena. Ma per curiosità: una vita in cammino verso il niente è piena di cosa? Di vuoto?
Così pure il motto: “La meta è il viaggio” non è vero. Il viaggio ha senso perché alla fine arriverai da qualche parte. Il senso del viaggio non può essere un girovagare che non porta da nessuna parte.
Per noi cristiani, il senso del viaggio della nostra vita è che è un cammino di ritorno verso casa. Ritorneremo da dove siamo venuti, ritorneremo da Dio. Per questo la nostra vita ha senso, non è un viaggio verso il nulla. La meta esiste, eccome: coincide con il punto di partenza, e cioè la nostra casa, che è Dio, dal quale veniamo e verso il quale ritorniamo.
II.
Gesù nel Vangelo di questa domenica dice: “Voi siete il sale della terra”. Ha detto “siete”, e non “siate” o “sarete”. Lo siamo già ora, perché noi conosciamo già l'origine e il fine della vita, che è Dio, e per questo siamo chiamati a dare sapore a questo mondo insipido che girovaga come uno zombi attorno a se stesso.
Lucio Battisti cantava negli anni '80: “Ma che colore ha una giornata uggiosa / ma che sapore ha una vita mal spesa”. Una vita mal spesa non ha proprio nessun sapore. Non lasciamo i nostri figli, nipoti, amici... in balia di chi o di ciò che non potrà dare nessun sapore alla loro vita. Insegniamo loro il cammino verso casa, il cammino verso Dio. Mostriamo loro, con la serenità della nostra vita, che non siamo persi nei cammini di questo mondo, ma abbiamo una meta precisa da raggiungere.
Gesù ci dice anche: “Voi siete la luce del mondo”. La nostra missione è illuminare e non brillare per noi stessi (S. Tommaso d'Aquino). Non importa se la nostra luce è fragile come quella di una candela. In un mondo di tenebra anche una luce tenue può illuminare il cammino.
Si racconta che molti anni fa, nella metropolitana di una grande città, ci fu un improvviso blackout. Migliaia di passeggeri uscirono dai treni, nel buio più totale, ed erano perduti nei tunnel senza sapere dove andare (a quell'epoca non c'erano ancora gli smartphone). All'improvviso un signore accese il suo accendino, lo alzò, e tutti, vedendo quella piccola luce, si misero a seguirla e così riuscirono ad arrivare all'uscita e si salvarono tutti.
Gesù oggi ci dice di mettere la luce in alto, non sotto il moggio, affinché possa illuminare. Non importa se è un faro potente o la piccola fiamma di una candela. La cosa importante è che sia messa in alto. Ciascuno, a modo suo, in modo più vistoso o più modesto, deve compiere il suo dovere di illuminare, di indicare il cammino agli uomini persi di questo mondo. E il cammino da indicare è quello indicato da Colui che ha detto non “di conoscere il cammino”, ma “di essere il cammino”. Non esiste altro cammino se non Gesù. Percorrere altri cammini vuol dire camminare a zonzo, senza arrivare mai in nessun luogo. “Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli”. La “vostra luce” di cui parla Gesù è la luce che traspare dai nostri occhi, dai nostri sorrisi, dalla semplicità dei nostri volti che conoscono le carezze del Signore.
III.
In conclusione.
Quando Don Juan partì per il suo “ultimo volo”, un suo discepolo, Carlos, avrebbe guidato altri allievi nel cammino verso il “viaggio definitivo attraverso l'ignoto”. A loro, e a tutti gli uomini smarriti del nostro tempo, auguriamo buon viaggio.
La differenza, però, non è tra chi viaggia e chi non viaggia: tutti siamo in cammino. La differenza è tra chi viaggia senza sapere dove sta andando e chi viaggia sapendo di essere sul cammino verso casa.
E tu? Stai vagando verso l'ignoto o seguendo la luce che ti riporta a casa?
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