🇮🇹 “HYBRIS” LA DISFATTA DI MARSIA 🇵🇹 "HYBRIS" O DESFAZER DE MARSYAS


🇮🇹 “HYBRIS” LA DISFATTA DI MARSIA

(testo e video in 🇮🇹 italiano)

Una riflessione per la XXX Domenica, del Tempo Comune - C (23-10-2022)

< Lc 18,9-14 (Il fariseo e il pubblicano).

I.

Sulla via Ostiense, qui vicino a noi, c’è il bellissimo polo museale dei Musei Capitolini detto “Centrale Montemartini”, allestito nella dismessa centrale elettrica. Tra i macchinari ormai fuori uso è stato allestita in modo intelligente l’esposizione di statue greche e romane, in un contrasto interessante tra antico e moderno. Tra le opere esposte ce n’è una che mi ha colpito in modo particolare, la statua in marmo rosso del giovane Marsia, con le mani legate sopra la testa e appeso nudo in un albero in una struggente solitudine. Egli era un satiro della mitologia greca che dopo aver trovato il flauto inventato da Atena ma che aveva buttato via perché a soffiare nello strumento gli si deformava il viso, imparò a suonarlo con tanta abilità da voler sfidare in una gara musicale il dio Apollo, abile suonatore di cetra. Il vincitore avrebbe poi disposto ciò che voleva riguardo al perdente. Le Muse, chiamate come giudici della gara, erano inizialmente affascinate dal suono del flauto di Marsia che si profilava come il vincitore. Allora Apollo, vedendosi in svantaggio, cominciò ad accompagnare il suono della cetra con il canto melodioso della sua voce, cosa che ovviamente Marsia non poteva fare, e fu così che Apollo conquistò la vittoria. Quel canto di Apollo dev’essere stato veramente sublime, al punto che Dante nella sua Divina Commedia chiede ad Apollo (che raffigura lo Spirito Santo) di infondere a lui quel medesimo canto che lo fece vincere su Marsia. Come punizione per la sua arroganza, Apollo fece appendere Marsia ad un albero e lo fece scorticare vivo.

II.

Questo peccato di arroganza, o di presunzione nei confronti degli dei, (in greco hybris)ricorre spesso nella mitologia greca, come ci ricordano in modo impietoso molti miti, come quello di Aracne che dopo aver sfidato la dea Atena in una gara di tessitura, per punizione venne trasformata in un ragno; il mito di Icaro che per la sua presunzione di raggiungere una prerogativa degli dei, quella di avvicinarsi al sole, precipitò poi nel mare; la disfatta di Serse a Salamina punito per il suo “tracotante ardire” di oltraggiare gli dei, come ci racconta Eschilo nella sua tragedia “I Persiani”; il mito di Sisifo condannato a spingere continuamente un enorme masso sulla cima di un monte, per aver rivelato i segreti degli dei; Ulisse, che volle oltrepassare i confine della conoscenza (le colonne d’Ercole) e naufragò, e molti altri miti.

Questo peccato di presunzione (hybris) è un tema ricorrente non solo nella mitologia greca, ma anche nella tradizione biblica. L’arroganza degli uomini di fronte alle divinità non infastidiva solo gli dei dell’Olimpo, ma lo stesso Dio Jahvé il quale punì con la cacciata dal paradiso terrestre l’uomo che aveva appena creato e che voleva essere come Dio. La storia della salvezza ci racconta molti esempi del peccato di presunzione dell’uomo nei confronti di Dio, non solo da parte degli uomini ma anche degli angeli, come il caso di Lucifero, punito per la sua superbia.

III.

Questo ci aiuta a capire la parabola di oggi che altrimenti risulterebbe incomprensibile: perché Dio non giustifica un uomo retto come il fariseo che ha compiuto integralmente (anzi ha fatto molto di più) quello prescritto dalla legge divina e giustifica invece quell’aguzzino pubblicano (un essere considerato spregevole, come gli usurai) che si arricchiva rubando agli altri soprattutto ai più poveri? Sembra che Dio sia insofferente all’arroganza degli uomini, ai presuntuosi, a quelli che si credono meglio degli altri e si permettono di criticare e disprezzare tutti. Non siamo così anche noi? Non ci viene il prurito quando qualcuno si presenta a parlare di tutte le sue qualità e ignora o nasconde i suoi difetti? E quanti arroganti e presuntuosi anche nei nostri giorni.

Il fariseo che si vanta di tutto quello che fa, non sta pregando, non sta lodando Dio, ma sta lodando se stesso e come dice il proverbio: “Chi si loda, s’imbroda”, perché chi sbandiera a destra e a manca le sue qualità e le sue virtù ne perde tutto il merito. Chi mostra un complesso di superiorità tradisce in realtà un complesso di inferiorità: vedendo come nessuno si accorge di lui, deve strombazzare per farsi sentire e attirare l’attenzione.

Il pubblicano invece è cosciente che lui non è niente e non ha nulla da mostrare, anzi si nasconde in fondo al tempio consapevole della sua miseria. Lui non ha niente di cui vantarsi, al contrario ha molto di cui vergognarsi, e per questo chiede umilmente pietà. Lui non si confronta con gli altri e non disprezza gli altri come il fariseo.

IV.

Con questa terza parabola sulla preghiera, San Luca ci insegna cosa è importante veramente quando preghiamo: la gratitudine, come quella del lebbroso guarito (di due domeniche fa) che torna indietro da solo a ringraziare; la costanza, come quella della vedova insistente (di domenica scorsa), che ottiene giustizia dal giudice disonesto; e l’umiltà, come quella del pubblicano (di oggi), che chiede pietà. La preghiera che Dio ama di più è quella che abbiamo sentito oggi: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Quando non sappiamo che cosa dire nella nostra preghiera diciamo semplicemente “Signore pietà” (Kyrie Eleison), “Cristo pietà” (Christe Eleison). Pregare non è auto-giustificarsi, ma chiedere perdono.

Davanti a Dio dobbiamo essere semplici e veri. Non dobbiamo, come si fa spesso sui social , mostrare un’identità diversa dalla nostra, per accaparrarsi dei like. Forse pensiamo che se mostrassimo la nostra vera identità non piaceremmo a nessuno e quindi vogliamo mostrare qualità che non abbiamo, o per lo meno non in quella misura. Davanti a Dio non dobbiamo fingere, Lui ci conosce meglio di noi stessi, conosce tutte le nostre virtù e i nostri difetti, e anche se siamo molto piccoli, ci ama lo stesso. Non mettiamoci in competizione con Dio, come il primo Adamo che voleva essere come Dio, mettiamoci invece in armonia con Lui come il secondo Adamo, Gesù, che dice a Dio Padre “sia fatta non la mia, ma la tua volontà”.

V.

Per concludere vorrei dire una parola al giovane Marsia: di sicuro tu eri un abile artista nel suonare il flauto, ma se invece di sfidare il dio Apollo avresti organizzato un’esibizione con lui, ne sarebbe uscito uno spettacolo splendido e la tua musica risuonerebbe ancora nell’universo. Invece nella tua arroganza, hai avuto la presunzione di considerarti più bravo della divinità e sei finito appeso a quell’albero dove da millenni te ne stai lì nudo e da solo, con il tuo flauto che non suona più. E non c’è niente di più triste di uno strumento che ha smesso di suonare per sempre.


(Nell’immagine, la statua di Marsia del Museo Centrale Montemartini di Roma.

Nella musica di fondo “Il Canone” con arpa e flauto, di Pachelbel)


🇵🇹 "HYBRIS" O DESFAZER DE MARSYAS

(texto e vídeo em 🇵🇹 português)

Uma reflexão para o XXX Domingo, T.C. - C (23-10-2022)

< Lc 18,9-14 (O fariseu e o publicano).

I.

Na Via Ostiense, nas proximidades, encontra-se o belo centro museológico dos Museus Capitolinos conhecido como "Centrale Montemartini", instalado na central eléctrica desactivada. Entre a maquinaria agora fora de uso encontra-se uma inteligente exposição de estátuas gregas e romanas, num interessante contraste entre o antigo e o moderno. Entre as exposições, há uma que me impressionou particularmente, a estátua de mármore vermelho do jovem Marsyas, com as mãos atadas acima da cabeça e pendurado nu numa árvore em pungente solidão. Era um sátiro da mitologia grega que, depois de encontrar a flauta inventada por Atena, mas que tinha deitado fora porque soprar no instrumento lhe deformava o rosto, aprendeu a tocá-la com tal habilidade que quis desafiar o deus Apolo, um hábil tocador de cítara, para um concurso musical. O vencedor faria então o que quisesse com o perdedor. As Musas, convocadas como juízes do concurso, ficaram inicialmente fascinadas com o som da flauta de Marsyas, que se parecia ser o vencedor. Então Apolo, vendo-se em desvantagem, começou a acompanhar o som da cítara com o canto melodioso da sua voz, algo que Marsyas obviamente não podia fazer, e foi assim que Apolo conquistou a vitória. Essa canção de Apolo deve ter sido verdadeiramente sublime, ao ponto de Dante na sua Divina Comédia pedir a Apolo (representando o Espírito Santo) para o infundir com essa mesma canção que o fez vencer contra Marsyas. Como castigo pela sua arrogância, Apolo mandou amarrar Marsyas e pendurou numa árvore e esfolado vivo.

II.

Este pecado de arrogância, ou presunção para com os deuses, (hybris em grego) repete-se frequentemente na mitologia grega, como muitos mitos nos recordam impiedosamente, como o de Aracne que, depois de ter desafiado a deusa Atena num concurso de tecelagem, foi transformada numa aranha como castigo; o mito de Ícaro que, pela sua presunção de alcançar uma prerrogativa dos deuses, a de se aproximar do sol, precipitou então no mar; a derrota de Xerxes em Salamis, que foi punido pela sua "audácia arrogante" em ultrajar os deuses, como nos diz Ésquilo na sua tragédia "Os Persas"; o mito de Sísifo, que foi condenado a empurrar continuamente uma enorme rocha no cimo de uma montanha por revelar os segredos dos deuses; Ulisses, que queria atravessar as fronteiras do conhecimento (os Pilares de Hércules) e foi naufragado, e muitos outros mitos.

Este pecado de presunção (hybris) é um tema recorrente não só na mitologia grega, mas também na tradição bíblica. A arrogância dos homens perante os deuses não só irritou os deuses do Olimpo, mas o próprio Deus Yahweh, que castigou o homem que tinha acabado de criar e que queria ser como Deus, expulsando-o do paraíso terrestre. A história da salvação conta-nos muitos exemplos do pecado da presunção do homem contra Deus, não só pelos homens mas também pelos anjos, como o caso de Lúcifer, castigado pelo seu orgulho.

III.

Isto ajuda-nos a compreender a parábola de hoje, que de outra forma seria incompreensível: porque é que Deus não justifica um homem justo como o fariseu que realizou plenamente (na verdade fez muito mais do que devia) o que foi prescrito pela lei divina, e em vez disso justifica aquele malvado publicano (um ser considerado desprezível, como os usurários) que se enriqueceu a si próprio roubando a outros, especialmente aos mais pobres? Parece que Deus é intolerante à arrogância dos homens, aos presunçosos, aos que se acham melhores do que os outros e ousam criticar e desprezar a todos. Não somos nós também assim intolerantes? Não sentimos comichão quando alguém aparece e fala de todas as suas qualidades e ignora ou esconde os seus defeitos? E quanto arrogantes e convencidos também nos nossos dias.

O fariseu que se gaba de tudo o que faz não está a louvar a Deus, está a elogiar-se a si próprio, e como diz o ditado: “Aquele que se elogia a si próprio, se suja sozinho”, porque aquele que se vangloria das suas qualidades e virtudes em cada ocasião, perde todo o mérito. Aquele que mostra um complexo de superioridade trai um complexo de inferioridade: vendo como ninguém repara nele, tem de fazer barulho para se fazer ouvir e chamar a atenção.

O publicano, por outro lado, está consciente de que ele não é nada e não tem nada para mostrar, mas esconde-se no fundo do templo, consciente da sua miséria. Ele não tem nada de que se gabar, pelo contrário, tem muito de que se envergonhar, e por isso implora humildemente por misericórdia. Não se compara nem despreza outros como o fariseu.

IV.

Com esta terceira parábola sobre a oração, São Lucas ensina-nos o que é realmente importante quando rezamos: 1. gratidão, como a do leproso curado (de dois domingos atrás) que volta sozinho para dar graças; 2. constância, como a da viúva persistente (do domingo passado), que obtém justiça do juiz desonesto; e 3. humildade, como a do publicano (de hoje), que pede misericórdia. A oração que Deus mais ama é a que ouvimos hoje: "Ó Deus, tem piedade de mim pecador". Quando não sabemos o que dizer na nossa oração, dizemos simplesmente 'Senhor tende piedade de mim’ (Kyrie Eleison), 'Cristo tende piedade de mim’ (Christe Eleison). Rezar não é para se justificar a si próprio, mas para pedir perdão.

Diante de Deus devemos ser simples e verdadeiros. Não devemos, como muitas vezes se faz nas redes sociais, mostrar uma identidade diferente da nossa, a fim de obter like. Talvez pensemos que se mostrássemos a nossa verdadeira identidade, ninguém gostaria de nós, e por isso queremos mostrar qualidades que não temos, ou pelo menos não a esse ponto. Perante Deus não devemos fingir, Ele conhece-nos melhor do que nós próprios, Ele conhece todas as nossas virtudes e defeitos, e mesmo que sejamos muito pequenos, Ele continua a amar-nos. Não nos coloquemos em competição com Deus, como o primeiro Adão que quis ser como Deus, coloquemo-nos em harmonia com Ele como o segundo Adão, Jesus, que diz a Deus o Pai "não a minha vontade, mas seja feita a vossa vontade".

V.

Para concluir, gostaria de dizer uma palavra ao jovem Marsyas: voce era certamente um hábil flautista, mas se em vez de desafiar o deus Apolo tivesse organizado uma actuação com ele, ter-se-ia seguido um esplêndido espectáculo e a sua música ainda ressoaria no universo. Em vez disso, na sua arrogância, presumiu considerar-se melhor do que a divindade e acabou pendurado naquela árvore onde està nú e sozinho durante milénios, e a sua flauta já não toca. E não há nada mais triste do que um instrumento que tenha deixado de tocar para sempre.

(Na foto é a estátua de Marsyas no Museo Centrale Montemartini em Roma.

Na música de fundo 'The Canon' com harpa e flauta, de Pachelbel)


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