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IL PADRE “ROMPISCATOLE”

10 ore fa
Tempo di lettura: 3 min

Commento al Vangelo della

Vangelo: Mt 21,28-32


I.

“Sì, sì, lo faccio”. Quante volte abbiamo risposto così? A nostro padre, a nostra madre, al marito, alla moglie, al superiore, a un collega: “Sì, sì, tranquillo, lo faccio”. Ma quando uno risponde due volte “sì, sì”, generalmente vuol dire che non lo farà mai. “Metti in ordine la tua camera”. “Sì, sì”. “Ricordati di fare quella cosa”. “Sì, sì”. “Quando hai finito, porta fuori la spazzatura”. “Sì, sì”. Poi passano le ore e i giorni e non succede niente.

Altre volte, invece, la prima risposta è un bel “no”: “Non ne ho voglia”, “Non ho tempo”, “Fallo tu”. Poi però ci ripensiamo e, magari brontolando, facciamo quello che ci era stato chiesto.

Nella vita noi non siamo quello che diciamo di voler fare. Siamo quello che facciamo veramente. Come si dice: “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare“.


II.

Di un “sì” che diventa “no” e di un “no” che diventa “sì” ci parla anche Gesù nel Vangelo di questa domenica, raccontandoci di quel padre “rompiscatole” che chiede ai suoi due figli di andare a lavorare nella vigna e riceve due risposte contraddittorie. Più che la parabola di un padre che aveva due figli, questa è la storia di due figli che avevano un padre. Un padre “rompiscatole”, perché il padre è il principio della realtà, ed è una fortuna avere un padre che ogni tanto “rompe le scatole”, che non ci lascia tranquilli nelle nostre comodità, ma continua a dirci: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Il primo figlio risponde: “Non ne ho voglia”. Il secondo invece risponde immediatamente: “Sì, signore”. Ma poi il primo ci ripensa e va nella vigna, mentre il secondo non ci va. Ed è proprio qui il cuore della parabola. Il primo figlio non viene lodato perché ha disobbedito al padre. Viene lodato perché è stato capace di ripensare il suo “no” e di trasformarlo concretamente in un “sì”. Il secondo figlio, invece, dice tutte le parole giuste, ma poi non fa nulla.

Dio preferisce un “no” sincero che può ancora diventare un “sì” vissuto, piuttosto che un “sì” religioso che rimane soltanto sulle labbra. Per questo Gesù pronuncia una delle frasi più provocatorie di tutto il Vangelo: “I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio”. Persone che nella loro vita avevano detto tanti “no” a Dio sono state capaci di cambiare strada. Altri, invece, continuavano a dire “sì” con le labbra, ma senza cambiare la loro vita. Il problema, allora, non è aver detto qualche volta “no” a Dio. Il problema è non essere più capaci di ripensarci.


III.

Anche nel nostro tempo le storie dei conflitti tra le generazioni, e soprattutto tra padri e figli, le ritroviamo abbondantemente nelle cronache quotidiane, nella letteratura, nelle canzoni e nell’arte. Sembra quasi che l’unione profonda tra padre e figlio debba attraversare anche qualche “rottura”, che segna l’emancipazione del figlio dal padre. Da questa liberazione il rapporto può diventare più maturo e vero: non più un rapporto infantile di pura dipendenza, ma un rapporto tra persone libere. Per questo non dobbiamo avere troppa paura delle rotture salutari. Anche la “rottura” degli adolescenti e dei giovani nei confronti del padre, e qualche volta persino nei confronti di Dio, può diventare un passaggio verso il recupero maturo e adulto di un rapporto nuovo e più vero. Ma la libertà non consiste semplicemente nel dire “no”. La libertà diventa adulta quando siamo capaci anche di cambiare idea, di ritornare sui nostri passi, di riconoscere che forse quel padre “rompiscatole” aveva qualcosa da dirci.

Possiamo dire a Dio: “Sì, Signore”, e poi continuare tranquillamente a vivere come prima.  Il primo figlio della parabola, invece, dice al padre quello che pensa: “Non ne ho voglia”. È un “no” netto. Ma poi ci ripensa. E va. Forse Dio preferisce persino le nostre ribellioni sincere alle nostre obbedienze finte. Perché con un “no” sincero può ancora cominciare una storia. Con un “sì” falso, invece, non comincia nulla.  Ma c’è un particolare della parabola che mi piace molto. Quel padre, dopo aver ricevuto il “no” del figlio, non smette di essere suo padre. Non si infuria, non lo costringe, non lo trascina nella vigna, non gli chiude la porta di casa. Gli lascia il tempo di ripensarci.

Forse anche tu a volte hai detto qualche “no” a Dio, e magari te ne sei anche andato lontano dalla sua vigna. Forse pensi di aver perso troppo tempo e di non poter più tornare indietro. Ma quel Padre “rompiscatole” è ancora lì. E forse continua a romperti le scatole proprio perché, per fortuna, non si è ancora stancato di te.


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