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LA SINDROME DI CALIMERO


Commento al Vangelo della

Vangelo: Mt 18,21-35


I.

Molti di voi si ricorderanno di Calimero, quel pulcino del Carosello degli anni sessanta/settanta che, dopo essere caduto nella fuliggine ed essere diventato nero, non viene più riconosciuto dalla mamma. In seguito alle numerose disavventure, Calimero si riteneva continuamente vittima di ingiustizie e diceva sempre: «Eh, che maniere! Qui fanno sempre così, perché loro sono grandi e io sono piccolo e nero... è un'ingiustizia però». Dalla figura di Calimero è nata persino l'espressione “Sindrome di Calimero”, usata per indicare quell'atteggiamento vittimistico di chi si sente continuamente bersaglio delle ingiustizie degli altri e finisce per incolpare sempre qualcuno della propria infelicità.

In fondo, un po' di Calimero può esserci anche dentro di noi. Ci sono persone che passano anni, a volte una vita intera, a rimuginare sui torti ricevuti: quello che mi hanno fatto, quello che mi hanno detto, quello che avrebbero dovuto fare e non hanno fatto. E così rimangono prigioniere del passato e della propria rabbia.

Perdonare, non significa dire che il male ricevuto non è stato male. Significa non permettere che quel male continui a comandare la nostra vita.


II.

Anche Gesù nel Vangelo di oggi ci parla di un perdono senza misura. Pietro gli domanda: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù risponde: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette». Pietro vuole un numero. Gesù gli dice, praticamente: smetti di contare. E per spiegare il perché racconta la parabola dei due servi. Il primo ha nei confronti del suo padrone un debito enorme, impossibile da restituire. Implora pietà e il padrone gli condona tutto. Ma appena uscito incontra un altro servo che gli deve una somma infinitamente più piccola. Questi gli rivolge praticamente la stessa supplica che lui aveva rivolto poco prima al padrone. Ma il primo servo non vuole sentire ragioni e lo fa gettare in prigione.

La parabola ci svela una cosa scomoda: quel servo spietato siamo noi, quando non ci rendiamo conto della sproporzione infinita tra quello che ci è stato donato e quello che ci è chiesto di donare. Ecco allora il motivo più profondo per cui Gesù ci chiede di perdonare. Non soltanto perché il perdono ci fa stare meglio, ci libera dalla rabbia e dal risentimento e ci restituisce serenità. Questo è vero, ma non basta. Noi dobbiamo perdonare perché siamo stati perdonati. Tutto ciò che abbiamo ricevuto da Dio è infinitamente più grande di ciò che qualcuno potrà mai doverci. Eppure quante volte continuiamo a tenere la contabilità delle offese: questo me l'ha fatta, quello mi ha detto quella cosa, quell'altro non mi ha salutato, non mi ha ringraziato, non mi ha riconosciuto quello che meritavo... Tre volte? Sette volte? Settanta volte sette Gesù ci dice: basta contare. Più che “perdonare”, ci viene chiesto di “essere perdono”. Quindi non è più questione di numeri, ma di essenza, di infinito, proprio come Dio


III.

In conclusione ritorniamo al nostro Calimero.

Calimero, dopo tanti anni, è rimasto ancora piccolo e nero. E noi? Siamo cresciuti soltanto negli anni oppure siamo diventati adulti anche nel cuore? Siamo diventati capaci di perdono, capaci di infinito, oppure siamo rimasti piccoli pulcini a crogiolarci ancora nei nostri miseri vittimismi, ripetendo continuamente: «È un'ingiustizia però!»? Smettiamola allora di essere sempre rivoltati contro tutto e contro tutti. Smettiamola di ricattare familiari e amici obbligandoli a mettersi dalla nostra parte contro coloro che riteniamo ci abbiano offeso. Liberiamoci e liberiamo gli altri dalle nostre ossessioni. E non dimentichiamoci che lungo la strada del nostro cammino di liberazione non troveremo delle olandesine pronte a lavarci nella tinozza, come succedeva a Calimero. Troveremo piuttosto degli “autolavaggi”, dove ognuno dovrà decidere di entrare e lavarsi da solo. Per Calimero bastavano un po' d'acqua e Ava. Per noi ci vuole qualcosa di più: il perdono. Quel perdono che ci libera dalla fuliggine dei torti subiti, delle rabbie accumulate, dei risentimenti che ci portiamo dietro magari da una vita.

Perché, alla fine, forse anche noi, come Calimero, scopriremo di non essere “neri”. Eravamo solo sporchi.


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