🇮🇹 IL TESTAMENTO DI MARIA 🇵🇹 O TESTAMENTO DE MARIA🇬🇧 THE TESTAMENT OF MARY


🇮🇹 IL TESTAMENTO DI MARIA

Una riflessione per II Domenica TO -C (16-1-2022)

< Gv 2,1-11 (Le nozze di Cana)

I.

Ieri mattina sono andato al Museo di Roma a Palazzo Braschi, per visitare una mostra temporanea sul pittore austriaco Gustav Klimt. Dopo aver contemplato vari quadri di questo bravissimo pittore maestro nel dipingere con magia figure di estrema eleganza con decorazioni dorate raffinate, all’uscita della mostra ho letto su di un grande pannello una frase di Klimt che diceva: “Chi sa vedere le cose belle è perché ha la bellezza dentro di sé".

È vero. Di fronte a un’opera d’arte ci possono essere reazioni entusiastiche o di indifferenza. Ma questo non dipende dall’opera d’arte che rimane sempre la stessa, ma da chi la guarda. C’è chi naturalmente è portato ad apprezzare ed emozionarsi davanti alla bellezza, altri invece che non riescono vedere nulla. Questi allora, che non hanno questo dono naturale di riconoscere la bellezza, possono però imparare ad apprezzare l’arte sforzandosi di raffinare il loro sguardo.

II.

Penso che come per la bellezza, anche per la bontà, l’attenzione all’altro, la solidarietà, avviene qualcosa di simile. Sa riconoscere la bontà negli altri e sa vedere le necessità degli altri chi ha la bontà dentro di sé. Come Maria che abbiamo incontrato oggi alle nozze di Cana. C’erano molti invitati a quella festa (si deduce dal numero delle giare per la purificazione) eppure nessuno si era accorto che il vino era agli sgoccioli. Non se ne è accorto il maestro di tavola che era il responsabile dell’organizzazione e della realizzazione della festa; non se n’erano accorti gli sposi, né i genitori degli sposi, né gli apostoli che erano con Gesù, nessun altro degli invitati se non Maria. Ma tutti gli altri non avevano gli occhi pure loro? Certo, come tanti che hanno occhi per vedere la bellezza, ma non la sanno riconoscere. Oppure magari tra gli invitati c’era qualcuno che se n’era accorto ma ha continuato a far finta di niente. Maria invece se ne accorge e si interessa, interviene, non rimane in disparte pensando “non sono affari miei”.

III.

Questo episodio ci ricorda quella parabola di Gesù di quell’uomo che era andato a importunare di notte l’amico chiedendogli dei pani perché aveva ricevuto una visita inaspettata e non aveva nulla da dare agli ospiti. L’amico si alzò per dargli dei pani non certo per levarselo dai piedi, ma perché di fronte alla vergogna di un nostro amico, non possiamo rimanere indifferenti. Così Maria, di fronte alla vergogna che avrebbero passato gli sposi, non poteva rimanere indifferente, e si diede da fare.

Anche noi, di fronte alla necessità di tanti nostri fratelli e sorelle, non possiamo restare indifferenti o girare la testa da un’altra parte. Non possiamo pregare tutti i giorni per i “piccoli senza avvenire” e poi non fare concretamente nulla, o quasi nulla, per dare avvenire a chi non ha avvenire.

IV.

Nella preparazione di questa riflessione ho letto tanti commenti che fanno una lettura metaforica di questo miracolo. Come se fosse un poco vergognoso che il Messia si presenti come uno che dà da bere a persone tra l’altro già brille. Eppure questo è il primo miracolo, il biglietto da visita, l’incipit di una storia meravigliosa che Gesù è venuto a raccontare all’umanità. Gesù vuole che la festa continui, che i canti e le danze riprendano vigore, che l’allegria dello stare insieme diventi contagiosa… Perché spiritualizzare o far diventare allegorico qualcosa che è invece così concreto e umano? Che buffo, noi vogliamo spiritualizzare qualcosa di molto umano come il banchetto, Dio invece concretizza qualcosa di spirituale quando parla dell’incontro finale con Lui in termini di un banchetto con viveri e bevande.

V.

È quello che è avvenuto spesso riguardo alla religione, che invece di essere una festa, una gioia immensa, l’abbiamo trasformata tante volte in un rituale con osservanze, precetti e qualcosa di noioso.

Gesù esordisce con un banchetto di nozze, con del vino in abbondanza, con l’allegria… anche se certo questo non deve escludere l’attenzione all’altro, come ci ha mostrato Maria. Dobbiamo vivere felici, ma preoccupandoci anche della felicità degli altri. Perché ha diritto di essere felice solo chi si preoccupa anche della felicità degli altri. Altrimenti questo non si chiama felicità ma egoismo.

VI.

Se Gesù esordisce con una festa, Maria invece in questo episodio pronuncia le ultime parole riportate dai vangeli: “Fate tutto quello che Lui vi dirà”. Sembra essere il suo testamento. Di sicuro Maria avrà detto in seguito altre parole, ma tutto quello che poteva dire in seguito non avrebbe mai eguagliato queste parole pronunciate a Cana: “Fate tutto quello che Lui vi dirà”. Ha detto tutto, non c’è più nulla da aggiungere non c’è nessun’altra verità maggiore di questa. È quello che Maria dice a ciascuno di noi, e cioè di fare tutto quello che Gesù ci dice. Tutto il resto avanza.

I servi hanno fatto quello che Gesù ha detto loro e così la festa ha potuto continuare. Se non avessero fatto quello che Gesù aveva detto loro la festa sarebbe tristemente finita. Ecco che Gesù affida a noi il compito di fare del mondo un luogo di festa o di tristezza. Sta a noi decidere se vogliamo essere forieri in questo mondo, di gioia o di tristezza. E se Klimt diceva che per vedere la bellezza bisogna averla dentro di sé, così vale anche per la felicità, per donarla dobbiamo prima averla dentro di noi.



🇵🇹 O TESTAMENTO DE MARIA

Uma reflexão para II Domingo TO -C (16-1-2022)

< Jo 2:1-11 (O Casamento em Caná)

I.

Ontem de manhã fui ao Museu de Roma no Palazzo Braschi, para visitar uma exposição temporária sobre o pintor austríaco Gustav Klimt. Depois de contemplar várias pinturas deste talentoso pintor que é um mestre em pintar magicamente figuras de extrema elegância com decorações douradas refinadas, ao deixar a exposição li num grande painel uma frase de Klimt que dizia: "Aquele que pode ver coisas bonitas é porque tem beleza dentro de si".

É verdade. Em frente de uma obra de arte pode haver reacções entusiásticas ou indiferentes. Mas isto não depende da obra de arte, que permanece sempre a mesma, mas da pessoa que olha para ela. Há aqueles que estão naturalmente inclinados a apreciar e a ser movidos pela beleza, enquanto outros não conseguem ver nada. Estes, que não têm este dom natural de reconhecer a beleza, podem no entanto aprender a apreciar a arte, esforçando-se por refinar o seu olhar.

II.

Penso que, tal como com a beleza, algo semelhante acontece com a bondade, a atenção aos outros, a solidariedade. Aqueles que têm bondade dentro deles sabem como reconhecer a bondade nos outros e como ver as necessidades dos outros. Como Maria, que vimos hoje no casamento em Caná. Havia muitosconvidados naquela festa (pode-se deduzir pelo número de frascos para purificação) e mesmo assim ninguém reparou que o vinho estava a acabar. O mestre da mesa, que era responsável pela organização e realização da festa, não reparou; nem os noivos, nem os pais dos noivos, nem os apóstolos que estavam com Jesus, nem nenhum dos convidados para além de Maria. Mas será que todos os outros não tinham também olhos? Claro, como muitos que têm olhos para ver a beleza, mas não sabem como a reconhecer. Ou talvez houvesse alguém entre os convidados que tivesse reparado mas que continuasse a fingir que nada tinha acontecido. Maria, por outro lado, nota e interessa-se, intervém, não fica à margem pensando "não é da minha conta".

III.

Este episódio lembra-nos a parábola de Jesus sobre o homem que foi incomodar o seu amigo à noite pedindo-lhe pães porque tinha recebido uma visita inesperada e não tinha nada para dar aos hospedes. O amigo levantou-se para lhe dar pães, não para se livrar dele, mas porque não se pode ficar indiferentes à vergonha do próprio amigo. Como Maria, perante a vergonha que os noivos atravessariam, não pôde ficar indiferente, e pôs-se a trabalhar.

Também nós, perante a necessidade de tantos dos nossos irmãos e irmãs, não podemos ficar indiferentes ou virar as nossas cabeças do outro lado. Não podemos rezar todos os dias pelos "pequeninos sem futuro" e depois não fazer nada, ou quase nada, para dar um futuro àqueles que não têm futuro.

IV.

Ao preparar esta reflexão, li muitos comentários que fazem uma leitura metafórica deste milagre. Como se fosse um pouco vergonhoso que o Messias aparecesse como alguém que dá bebidas a pessoas que já estão bêbedas. Contudo, este é o primeiro milagre, o cartão de visita, o início de uma história maravilhosa que Jesus veio contar à humanidade. Jesus quer que a festa continue, que as canções e danças sejam reavivadas, que a alegria de estarmos juntos se torne contagiosa... Porquê espiritualizar ou tornar alegórico algo tão concreto e humano? É engraçado, queremos espiritualizar algo tão humano como um banquete, ao passo que Deus torna concreto algo de espiritual quando fala do encontro final com Ele como de um banquete com comida e bebida.

V.

Isto é o que tem acontecido frequentemente com a religião, que em vez de ser um banquete, uma imensa alegria, temos muitas vezes transformado num ritual com observâncias, preceitos e algo aborrecido.

Jesus começa com uma festa de casamento, com uma abundância de vinho, com alegria... embora isto não deva excluir a atenção aos outros, como Maria nos mostrou. Devemos viver felizes, mas também estar preocupados com a felicidade dos outros. Porque apenas aqueles que também se preocupam com a felicidade dos outros têm o direito de ser felizes. Caso contrário, a isto não se chama felicidade, mas egoísmo.

VI.

Se Jesus começa com uma festa, neste episódio Maria pronuncia as últimas palavras dela relatadas nos Evangelhos: "Fazei o que Ele vos disser". Parece ser o seu testamento. Certamente Maria teria dito outras palavras mais tarde, mas qualquer coisa que ela pudesse ter dito mais tarde nunca teria igualado estas palavras pronunciadas em Caná: "Fazei o que Ele vos disser". Ela disse tudo, não há mais nada a acrescentar, não há maior verdade do que esta. Isto é o que Maria diz a cada um de nós, de fazer tudo o que Jesus nos diz. Tudo o resto não è importante.

Os criados fizeram o que Jesus lhes disse e assim a festa pôde continuar. Se eles não tivessem feito o que Jesus lhes disse, a festa teria infelizmente terminado. Aqui Jesus confia-nos a tarefa de fazer do mundo um lugar de celebração. Cabe-nos a nós decidir se queremos ser presságios de alegria ou tristeza neste mundo. E se Klimt disse que para ver a beleza temos de a ter dentro de nós, então o mesmo vale para com a felicidade: para a dar, temos primeiro de a ter dentro de nós.



🇬🇧 THE TESTAMENT OF MARY

A reflection for II Sunday TO -C (16-1-2022)

< Jn 2:1-11 (The Wedding at Cana)

I.

Yesterday morning I went to the Museum of Rome in Palazzo Braschi, to visit a temporary exhibition on the Austrian painter Gustav Klimt. After contemplating various paintings by this talented painter who is a master in magically painting figures of extreme elegance with refined gilded decorations, on leaving the exhibition I read on a large panel a phrase by Klimt which said: “Anyone who can see beautiful things is because they have beauty inside them”.

It's true. In front of a work of art there can be enthusiastic or indifferent reactions. But this does not depend on the work of art, which always remains the same, but on the person looking at it. There are those who are naturally inclined to appreciate and be moved by beauty, while others cannot see anything. These then, who do not have this natural gift of recognising beauty, can nevertheless learn to appreciate art by striving to refine their gaze.

II.

I think that as with beauty, something similar happens with goodness, attention to others, solidarity. Those who have goodness within them know how to recognise goodness in others and how to see the needs of others. Like Mary whom we met today at the wedding in Cana. There were many envoys at that feast (one can deduce from the number of jars for purification) and yet no one noticed that the wine was running out. The master of the table, who was responsible for organising and carrying out the feast, did not notice; neither did the bride and groom, nor the parents of the bride and groom, nor the apostles who were with Jesus, nor any of the guests other than Mary. But didn't everyone else have eyes too? Sure, like so many who have eyes to see beauty, but do not know how to recognise it. Or maybe there was someone among the guests who had noticed but continued to pretend nothing had happened. Mary, on the other hand, notices and takes an interest, she intervenes, she doesn't remain on the sidelines thinking "it's none of my business".

III.

This episode reminds us of Jesus' parable of the man who went to bother his friend at night asking him for loaves of bread because he had received an unexpected visit and had nothing to give his guests. The friend got up to give him loaves, not to get rid of him, but because we cannot remain indifferent to the shame of our friend. So Mary, faced with the shame that the bride and groom would go through, could not remain indifferent, and she set to work.

We too, faced with the need of so many of our brothers and sisters, cannot remain indifferent or turn our heads away. We cannot pray every day for the "little ones without a future" and then do nothing, or almost nothing, to give a future to those who have no future.

IV.

In preparing this reflection I read many comments that make a metaphorical reading of this miracle. As if it were a little shameful that the Messiah should appear as someone who gives drinks to people who are already tipsy. Yet this is the first miracle, the calling card, the beginning of a wonderful story that Jesus came to tell humanity. Jesus wants the feast to continue, the songs and dances to be revived, the joy of being together to become contagious... Why spiritualise or make allegorical something that is so concrete and human? It's funny, we want to spiritualise something as human as a banquet, but God makes something spiritual concrete when He speaks of the final encounter with Him in terms of a banquet with food and drink.

V.

This is what has often happened with religion, that instead of being a feast, an immense joy, we have often turned it into a ritual with observances, precepts and something boring.

Jesus begins with a wedding feast, with an abundance of wine, with joy... although this should not exclude attention to others, as Mary has shown us. We must live happily, but also be concerned about the happiness of others. Because only those who also care about the happiness of others have the right to be happy. Otherwise, this is not called happiness but egoism.

VI.

If Jesus begins with a feast, in this episode Mary pronounces the last words reported in the Gospels: "Do whatever he tells you". It seems to be her testament. Surely Mary would have said other words later, but anything she could have said later would never have equalled these words pronounced at Cana: "Do whatever he tells you". She has said it all, there is nothing more to add, there is no greater truth than this. This is what Mary says to each one of us, and that is to do everything that Jesus tells us. Everything else moves on.

The servants did what Jesus told them and so the feast could continue. If they had not done what Jesus told them, the feast would have sadly ended. Here Jesus entrusts us with the task of making the world a place of celebration or of sadness. It is up to us to decide whether we want to be harbingers of joy or sadness in this world. And if Klimt said that to see beauty we must have it within ourselves, so it is also true of happiness: to give it, we must first have it within ourselves.

19 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti