🇮🇹 LA NUOVA EPIDEMIA 🇵🇹 A NOVA EPIDEMIA


🇮🇹 LA NUOVA EPIDEMIA

(testo e video in 🇮🇹 italiano)

Una riflessione per la XXVI Domenica del Tempo Comune C (25–9-2022)

> Lc 16,19-31 (Il ricco epulone)

I.

Il libro dal titolo “Cecità” (dal quale è stato tratto anche il film “Blindness - Cecità) è un romanzo di José Saramago, il premio nobel per la letteratura nel 1998, che parla di una epidemia che poco a poco si è diffusa in una città rendendo quasi tutti ciechi. Il governo locale, nel tentativo di arginare l’epidemia, rinchiude i primi ciechi in un ex manicomio dove però anche le guardie e i politici diventano ciechi e la situazione degenera totalmente. Un gruppo di ciechi malvagi prende il sopravvento accaparrandosi tutte le scorte di cibo, fanno soprusi sugli altri esigendo favori di ogni tipo in cambio di cibo. In seguito a un incendio sviluppatosi nell’edificio tutti scappano e incontrano fuori una quantità enormedi cadaveri per strada e sporcizia dappertutto.

II.

Leggendo la parabola del Vangelo di oggi, del ricco epulone e del povero Lazzaro, mi venne in mente questo romanzo di Saramago perché ci sono varie similitudini tra i due racconti: non viene identificato il luogo dove avvengono i fatti (per significare ogni luogo); non vengono fatti i nomi dei protagonisti (solo per Lazzaro); in entrambi i racconti c’è la figura del cane (il “cane delle lacrime” attratto dal pianto della donna nel racconto Cecità, e i “cani pietosi” che leccano le ferite di Lazzaro); alla fine c’è il recupero della vista. Le due storie hanno una valenza universale, entrambe parlano della “cecità antropologica”. Il tema centrale di entrambi i racconti è quello dell’indifferenza, della cecità nei confronti di chi ha bisogno. La protagonista del romanzo, la moglie del medico, l’unica rimasta immune dalla pandemia, descrive così la realtà della cecità antropologica dell’umanità: “Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono”. Così la parabola di Gesù descrive la cecità antropologica con la figura del ricco epulone (che diventa emblema del mondo ricco e egoista), il quale non vede Lazzaro (emblema di tutti i derelitti del mondo).

Nel ricevere il Premio Nobel, Saramago ha detto nel suo discorso che la società contemporanea è cieca perché ha perso il senso di solidarietà tra gli uomini. Nel suo romanzo si scatena una lotta per la sopravvivenza che rende ciascuno nemico dell’altro. L’ordine può essere garantito solo da un circolo di dittatori che tiene in scacco con la violenza tutti gli altri mantenendoli in uno stato di fame permanente. Questi malvagi hanno accentrato tutta la scorta di cibo nella loro camerata, ma gran parte del cibo non essendo distribuito, va alla malora. Qui Saramago sembra dire che la fame nel mondo non è causata dalla mancanza di cibo ma dall’egoismo di chi dovrebbe distribuirlo in modo equo per tutti e non lo fa. Non ci fanno rabbrividire tutti quelle scene di distruzione di cibo in esubero in alcune parti del mondo sapendo che in altre parti si muore di fame? Non è raccapricciante sapere che ogni giorno nel primo mondo un terzo del cibo viene buttato via?

Noi non solo siamo ciechi nei confronti dei poveri, ma tante volte anche nei confronti di chi ci sta attorno, e magari vive nella stessa casa o vicino a noi, e non ci accorgiamo che sta soffrendo.

III.

Il ricco epulone era “cieco”, in quanto in vita non aveva mai visto Lazzaro che stava tutti i giorni davanti alla sua porta. Chissà come mai solo dopo la morte ricupera la vista, e vede Lazzaro accanto ad Abramo, e chiede che colui al quale aveva rifiutato di dare le briciole che cadevano dalla sua mensa, possa portargli una goccia di acqua per rinfrescarlo. Solo dopo la morte il ricco epulone recupera la vista e vede l’abisso che lui stesso ha creato tra le parti.

Anche nel romanzo di Saramago alla fine, senza nessuna spiegazione, tutti recuperano la vista e vedono lo spettacolo di morte causato dalla loro cecità. Nella conclusione del romanzo sembra luccicare un barlume di speranza con la figura della moglie del medico, la quale però anche lei si è macchiato di alcuni crimini. Questo barlume di luce però non cancella il pessimismo antropologico di fondo di tutti i romanzi di Saramago. Lui infatti era ateo, e como coloro che non credono né in Dio né nella vita dopo la morte, anche lui non può certo fare salti di gioia di fronte alla devastante prospettiva che con la morte tutto finisce e scompariamo nel nulla.

Saramago dice nel romanzo “I ciechi non vanno dall’oculista”. Ha ragione: un cieco che vive in una terra desolata piena di immondizia, vuol recuperare la vista per fare? Per vedere la bruttezza e la sporcizia che lo circonda? Coloro che hanno come unica aspettativa, nella loro vita, la morte che si avvicina inesorabilmente per cancellare ogni cosa, come potranno vivere nella speranza e come potranno dare speranza al mondo di oggi e soprattutto ai loro figli?

Nei giorni scorsi, pensando con gioia ai miei 40 anni di consacrazione al Signore, quando all’età di 20 anni ho fatto la mia vestizione e ho professato i primi voti, mi è passato per la testa un pensiero fugace che mi ha angosciato: se invece di essere nato nella mia famiglia di credenti, fossi nato da genitori atei, come avrei potuto conoscere il Signore? Come avrei potuto conoscere Colui che avrebbe dato senso e bellezza alla mia vita se avessi avuto genitori atei che non mi avessero educato nella fede?

IV.

Dopo questo, può esservi sembrato strano che per spiegare la parabola del vangelo di oggi mi sia rivolto proprio al romanzo di un ateo: io penso che anche gli atei possono essere utili (in parte) per fare la “diagnosi” dei mali che infermano il mondo. Non credo però che possano essere utili per fare la “prognosi” (tutt’al più solo prognosi riservate, molto incerte), e molto meno potranno indicare la “terapia”.

Attraverso la parabola di oggi del Vangelo abbiamo tutto ciò che ci serve per fare la “dia-gnosi”: diágnōsis διάγνωσις formato da διά (diá, attraverso) + γνωσις, (“conoscere, sapere”), cioè “conoscere attraverso”, saper identificare la natura di una realtà. Per fare la “pro-gnosi”: dal greco: πρό-, (prima) + γνωσις, (“conoscere, sapere") cioè “conoscere prima” prevedere come evoluirà la situazione (o malattia). E più ancora per conoscere la “terapia”: dal grecoϑεραπεία, therapèia, cioè “cura, guarigione”.

Secondo la parabola di oggi, qual è la “diagnosi”? Il mondo è cieco, chiuso nel suo egoismo e, come il ricco epulone, non vede il bisognoso accanto a lui. Qual è la “prognosi”? Il mondo non è perduto ma incamminato verso la speranza, come Lazzaro verso il seno di Abramo, cioè verso Dio stesso. E infine qual è la “terapia”? Ascoltare Mosé (i comandamenti) e i Profeti (la parola di Dio). In questo modo viviamo in una speranza gioiosa sapendo che quello che ci aspetta alla fine non sarà la nera morte che distrugge tutto ma la guarigione totale della nostra cecità.


(Immagine di fondo è “Cecità n.2” di Giorgio Sannino.)

(La musica di sottofondo è “Go with the flow” di Giovanni Allevi)


🇵🇹 A NOVA EPIDEMIA

(texto e vídeo em 🇵🇹português)

Uma reflexão para o XXVI Domingo do Tempo Comum C (25-9-2022)

> Lc 16,19-31 (O homem rico e Lázaro)

I.

O livro intitulado “Cegueira” (do qual também foi feito o filme "Blindness") é um romance de José Saramago, o Prémio Nobel da Literatura de 1998, sobre uma epidemia que se propagou gradualmente por uma cidade, tornando quase todos cegos. O governo local, numa tentativa de conter a epidemia, tranca os primeiros cegos num antigo asilo onde, no entanto, os guardas e os políticos também se tornam cegos e a situação degenera completamente. Um grupo de cegos maléficos assume o controlo, acumulando todo o abastecimento alimentar, intimidando outros e exigindo todo o tipo de favores em troca de comida. Depois de um incêndio deflagrar no edifício, todos escapam e no exterior encontram total desolação com cadáveres nas ruas e imundície por todo o lado.

II.

Ao ler a parábola do Evangelho de hoje do homem rico e do pobre Lázaro, lembrei-me deste romance de Saramago porque existem várias semelhanças entre as duas histórias: o lugar onde os acontecimentos têm lugar não é identificado; os nomes dos protagonistas não são dados (apenas para Lázaro); em ambos os contos há a figura do cão (o "cão das lágrimas" atraído pelo choro da mulher na história “Cegueira”, e os "cães piedosos” que lambem as feridas de Lázaro); no final há a recuperação da visão. As duas histórias têm um significado universal, ambas falam de 'cegueira antropológica'. O tema central de ambas as histórias é o da indiferença, da cegueira para com os necessitados. A protagonista do romance, a mulher do médico, a única que não foi afectada pela cegueira, descreve a realidade da cegueira antropológica da humanidade desta forma: "Na minha opinião não nos tornámos cegos, na minha opinião somos, Homens cegos que vêem, Homens cegos que, embora vejam, não vêem". É assim que a parábola de Jesus descreve a cegueira antropológica com a figura do homem rico (que se torna emblemático do mundo rico e egoísta), que não vê Lázaro (emblemático de todos os abandonados do mundo).

Ao receber o Prémio Nobel, Saramago disse no seu discurso que a sociedade contemporânea é cega porque perdeu o sentido de solidariedade entre os homens. No seu romance, há uma luta pela sobrevivência que faz de cada um deles um inimigo do outro. A ordem só pode ser garantida por um círculo de ditadores que, violentamente, mantêm todos os outros em controlo, mantendo-os num estado de fome perpétua. Estes vilões centralizaram todo o abastecimento alimentar no seu dormitório, mas grande parte da comida, que não é distribuída, se estraga. Aqui Saramago parece estar a dizer que a fome no mundo não é causada pela falta de comida, mas pelo egoísmo daqueles que a devem distribuir de forma justa por todos e não o fazem. Não trememos todos naquelas cenas de destruição dos excedentes alimentares em algumas partes do mundo, sabendo que outras partes estão a morrer à fome? Não é horrível saber que todos os dias no primeiro mundo um terço dos alimentos é deitado fora?

Não só somos cegos para os pobres, mas muitas vezes somos também cegos para aqueles que nos rodeiam, e talvez vivendo na mesma casa ou ao nosso lado, e não nos apercebemos de que eles estão a sofrer.

III.

O homem rico, era 'cego', pois na sua vida nunca tinha visto Lázaro que estava todos os dias à sua porta. Quem sabe por que razão só depois da morte é que recuperou a visão, e viu Lázaro ao lado de Abraão, e pediu que aquele a quem se recusara a dar as migalhas que caíram da sua mesa, lhe trouxesse uma gota de água para o refrescar. Só depois da morte é que o homem rico recupera a visão e vê o abismo que criou entre as partes.

Também no romance de Saramago, no final, sem qualquer explicação, todos recuperam a visão e vêem o espectáculo da morte causada pela sua cegueira. Na conclusão do romance, um vislumbre de esperança parece brilhar com a figura da mulher do médico, que, no entanto, também estava manchada de certos crimes que cometeu. Este vislumbre de luz, contudo, não apaga o pessimismo antropológico subjacente a todos os romances de Saramago. Pois ele era ateu, e como aqueles que não acreditam nem em Deus nem na vida após a morte, também ele não pode saltar de alegria com a perspectiva devastadora de que com a morte tudo acaba e nós desaparecemos no nada.

Saramago diz no romance "Os cegos não vão ao oftalmologista". Ele tem razão: um cego que vive num deserto desolador cheio de sujidade quer recuperar a sua visão para fazer o quê? Para ver a fealdade e sujidade que o rodeia? Aqueles que têm como única expectativa na vida a morte que se aproxima inexoravelmente para apagar tudo, como poderão viver na esperança e como poderão dar esperança ao mundo de hoje e especialmente aos seus filhos?

Nos últimos dias, pensando com alegria nos meus 40 anos de consagração ao Senhor, quando aos 20 anos de idade tomei o meu hábito e emiti os meus primeiros votos, um pensamento fugaz passou pela minha mente que me angustiou: se em vez de nascer na minha família de crentes, eu tivesse nascido de pais ateus, como poderia ter conhecido o Senhor? Como poderia ter conhecido Aquele que teria dado sentido e beleza à minha vida se eu tivesse tido pais ateus que não me tivessem educado na fé?

IV.

Depois disto, pode ter-vos parecido estranho que, para explicar a parábola evangélica de hoje, tenha recorrido ao romance de um ateu: penso que mesmo os ateus podem ser úteis (em parte) para fazer o "diagnóstico" dos males que enfermam o mundo. Não acredito, contudo, que possam ser úteis para fazer o 'prognóstico' (na melhor das hipóteses apenas prognósticos reservados, muito incertos), muito menos que possam indicar a 'terapia'.

Através da parábola do Evangelho de hoje, temos tudo o que precisamos para fazer o "dia-gnóstico": diágnōsis διάγνωσις formado a partir de διά (diá, através) + γνωσις, (“conhecer, saber"), ou seja, "saber através", para ser capaz de identificar a natureza de uma doença ou de uma realidade. Para depois fazer o 'pró-gnóstico': do grego: πρό-, (antes) + γνωσις, (‘conhecer, saber') ou seja, 'saber antes' prever como a situação (ou doença) irá evoluir. E ainda mais para conhecer a 'terapia': do grego ϑεραπεία, therapèia, i.e. (‘cura, sarar’).

De acordo com esta parábola, qual é o "diagnóstico"? O mundo é cego, fechado no seu egoísmo, e como o homem rico, não vê os necessitados ao seu lado. Qual é o 'prognóstico'? O mundo não está perdido, mas a caminho da esperança, como Lázaro para o seio de Abraão, ou seja, para o seio próprio Deus. E, finalmente, qual é a 'terapia'? A escuta de Moisés (os mandamentos) e dos Profetas (a palavra de Deus). Desta forma, vivemos na esperança alegre de saber que o que nos espera no final da nossa vida não será a morte preta que destrói tudo, mas a cura total da nossa cegueira.

(A imagem de fundo é "Blindness n.2" de Giorgio Sannino.)

(A música de fundo é "Go with the flow" de Giovanni Allevi)


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