NON STANCARTI MAI DI ME.


Una riflessione per Domenica 4-10-2020 < Mt 21,33-43 (TC-A XXVII)

I. Uno scrittore francese del 700 (Luc de Clapiers de Vauvenargues) diceva che “L’ingratitudine più odiosa, ma più antica e più comune di tutte, è quella dei figli verso i loro genitori”. Tutti conosciamo il proverbio: “Una madre riesce a sostenere 10 figli, ma 10 figli non riescono a sostenere una madre”. Sembra che la gratitudine non sia un fiore che nasce nei giardini dei figli, o almeno fino a quando crescono e diventeranno a loro volta dei genitori. L’ ingratitudine sembra essere un limite che tange non solo la relazione figli-genitori, ma in ogni tipo di relazione, a partire dalla nostra relazione con Dio, con i parenti, gli amici, i colleghi, i vicini, i destinatari delle nostre azioni caritative... Il pianista e compositore Ludovico Einaudi scrisse “Non fare del bene agli altri se non sei in grado di sopportare l’ingratitudine del prossimo”.

II. Il Vangelo di oggi parla proprio dell’ingratitudine. Questo Vangelo è sempre stato interpretato così: il padrone della vigna (Dio) ha affidato la sua vigna (che è il Regno di Dio) ai vignaioli (che sono i capi del popolo d’Israele) i quali non consegnano i frutti agli inviati del padrone (che sono i profeti) ma li uccidono, insieme a figlio del padrone (Gesù Cristo). Il padrone pertanto castigherà i vignaioli e consegnerà la vigna a un altro popolo (i Pagani e la Chiesa). Sembrerebbe quindi una parabola compiuta, conclusa e che appartiene al passato. In realtà sappiamo che la Parola di Dio non è un libro storico ma divino, che parla ancora oggi a ciascuno di noi. Quindi cosa dice alla mia vita oggi questo brano di Vangelo?

III. Ci parla dell’ingratitudine dell’uomo nei confronti di Dio. Dio concede in dono a ciascuno di noi la vita e il mondo: noi ci troviamo al mondo senza averlo scelto e inseriti in un universo che non abbiamo costruito. Tutto è dono. La nostra vita è di Dio, il mondo in cui viviamo è un dono di Dio, eppure viviamo e agiamo come se fossimo noi i padroni della nostra vita e del mondo intero. Facciamo della nostra vita quello che vogliamo noi senza interrogarci se corrisponde a quello che Dio ha pensato per noi. Usiamo e abusiamo della terra comportandoci non come custodi ma come padroni.

IV. Anche le persone sono un dono, non appartengono a noi, ci sono donate per custodirle e non per sottometterle a noi, o per usarle per riempire i nostri vuoti. Ma noi ce ne appropriamo e le carichiamo di una responsabilità che non hanno, cioè quella di colmare i nostri vuoti affettivi, il nostro desiderio di felicità. E per questo le persone saranno sempre inadeguate e cominceremo a recriminare perché non corrispondono mai a quello che noi abbiamo deciso su di loro. I genitori si lamenteranno che i figli sono egoisti; i figli che i genitori sono sempre presi dal lavoro e non hanno mai tempo per loro; il coniuge non mi capisce mai e pensa solo a se stesso; i parenti saranno sempre persone interessate; gli amici coloro che approfittano di noi; gli stranieri come gli usurpatori che vengono a rubarci il lavoro e il pane; una nuova vita che bussa alla porta un incomodo che si deve sopprimere... ossia gli altri se non fanno quello che dico io, sono delle sanguisughe da evitare o eliminare, potenziali nemici che possono pregiudicare i miei beni.

V. E quando appare Dio o qualcun altro a chiedere qualcosa, abbiamo visto nel Vangelo qual è la reazione. Dio però non desiste facilmente: manda molti suoi servi e addirittura il proprio figlio Gesù. Ma noi In nome dei nostri diritti, specialmente del diritto di proprietà, non vogliamo condividere i doni che si siamo accaparrati. E ci dimentichiamo che i beni della terra appartengono a tutti gli uomini e donne della terra e che il mondo è di tutti. La bramosia dei vignaioli, che siamo noi, vuole escludere gli altri e trattenere tutto, o il maggior numero possibile di beni, solamente per se.

VI. Dio continua ancora oggi a mandare i suoi profeti, che si approssimano a noi per chiederci conto dei nostri fratelli. Nella sua enciclica “Laudato Si’ “, il profeta del nostro tempo Papa Francesco, ci propone un’ecologia integrale che possa trasformare l’uomo da padrone a custode della natura, e mostra come la distruzione della terra è conseguenza della distruzione delle nostre relazioni con gli altri. Tutto è connesso. Anche la recente enciclica “Fratres omnes” e tutto il magistero di Papà Francesco insistono sulla fratellanza universale: il mondo è di tutti e i beni devono essere condivisi con tutti. Ma abbiamo visto che fine fanno i profeti. Fintanto che Papa Francesco parla della misericordia di Dio e sorride continuamente, va bene a tutti. Ma quando comincia a puntare il dito e denunciare le cause del male nel mondo, ecco che la sua audience precipita e diventa bersaglio di molti.

VII. Ciò che mi meraviglia di più in questa parabola, è che alla fine, anche Dio si stanca. Quando Dio, dopo averle provate tutte con noi non è riuscito a concludere niente, ecco che si stanca. Dice basta. Ritira la vigna ai vignaioli e la consegna ad altri che la fanno fruttificare e ne condivideranno i frutti. È possibile che Dio si stanchi anche di noi, e consegni la vigna ad altri. Questa sarebbe la cosa più terribile che ci possa capitare: che Dio si stanchi di noi. Se questo succedesse, che cosa ne sarà di noi? Imploriamo allora il Signore: “Signore, non stancarti mai di me, Perché se tu ti stanchi di me che cosa mi rimane in questa vita? Non stancarti della mia miseria, delle mie ipocrisie, della mia incapacità di amare. Non stancarti mai di me, della mia ingratitudine. Ti prego, almeno tu Signore, non stancarti mai di me”.


(eziolorenzobono@hotmail.com)

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