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LA BANALITÀ DEL MALE (Hannah Arendt )


Commento al Vangelo della

Vangelo: Mt 4,1-11 


I.

È possibile fare del male senza essere malvagi?Era quanto si chiedeva la bravissima filosofa ebrea Hannah Arendt agli inizi degli anni '60, mentre seguiva il processo per crimini di guerra contro Adolf Eichmann, il funzionario nazista chiamato “l'architetto dell'Olocausto”, responsabile dell'organizzazione del trasporto di milioni di ebrei verso i campi di concentramento di Auschwitz, dove furono uccisi.

Nel suo libro La banalità del male, Hannah sostiene che Eichmann, più che un mostro, fosse un noioso burocrate ordinario, spaventosamente normale, che compì cose orrende non per malvagità ma solo per obbedienza ai comandi ricevuti, senza rendersi conto delle mostruosità che stava compiendo. Per questo lo definisce “l'incarnazione dell'assoluta banalità del male”, in quanto era un mediocre funzionario che pensava solo alla sua carriera nel Reich, per il quale però rimase sempre e solo un burocrate ordinario. (Qualcuno ha detto che “la banalità è la droga della gente mediocre”. Viniamin).

Questa idea della Arendt suscitò molte polemiche e controversie. Venne accusata di soffermarsi troppo sull'insignificante figura di Eichmann (che però in realtà non era così inconsapevole come lei lo dipingeva) più che sulle sue azioni mostruose. Eichmann infatti era un uomo spietato, fervente sostenitore dell'ideologia nazista, difensore dell'idea della pulizia etnica, e non si mostrò mai pentito per quello che aveva fatto; anzi ebbe a dire: «Salterò nella mia tomba ridendo, perché la sensazione di avere sulla coscienza cinque milioni di esseri umani è per me fonte di straordinaria soddisfazione».

Il libro "La banalità del male" fu criticato da molti come un libro pieno di banalità. Eppure Arendt era una filosofa tutt'altro che banale e altrove aveva già trattato il tema del male radicale incarnato nell'assoluta malvagità del nazismo (“il male demoniaco”). Dunque deve esserci una verità più profonda che Arendt voleva trasmettere, ma che ancora oggi sfugge.

Per molti il male è una cosa di banale ordinarietà, la cui origine risale ai primordi dell'umanità (come abbiamo sentito nella prima lettura con il racconto del giardino dell'Eden), ma paradossalmente viene considerato addirittura come un bene. Dicono che se il male scomparisse dalla faccia della terra sarebbe un disastro: molte centinaia di milioni di persone rimarrebbero senza lavoro.

Pensiamoci. Se il male sparisse, interi sistemi crollerebbero. Senza guerre non servirebbero eserciti né traffici d'armi. Senza criminalità, meno tribunali e prigioni, avvocati e forze dell'ordine. Senza dipendenze, interi mercati cadrebbero. Senza malattia e morte, crollerebbe perfino l'economia sanitaria e funeraria.

Ecco allora che abbiamo imparato a convivere con il male; non solo: ci sguazziamo pure, al punto che sarebbe un male se il male scomparisse.

II.

Mi ha sempre impressionato come gli evangelisti, con il racconto della tentazione di Gesù nel deserto, presentino anche loro la banalità del male, mettendo in scena un diavolo che si rivolge a Gesù come un venditore ambulante che tenta di vendere i suoi prodotti 3x2 o come un venditore di oggetti usati su eBay. È esattamente questa la logica del male: la normalità, la banalità.

Il diavolo si presenta davanti a Gesù, che dopo trent'anni di ritiro a Nazareth si affaccia ora sulla scena pubblica, per introdurlo nel mondo con naturalezza. Lo vuole introdurre in un mondo dominato dalla dipendenza dalle cose e dai piaceri (raffigurati nella figura del pane); un mondo dominato dalla smania di possedere (“tutto ciò che vedi sarà tuo”) e dall'idolatria (“buttati giù dal tempio”). E il tutto è ben condito con discorsi persuasivi, con eleganza, con banalità, dando per scontato che il mondo è così e non ci si può fare niente. Prendere o lasciare. Penso che proprio qui consista il dramma e la mostruosità del male: far diventare normale (banale, appunto) il male.

Il lavoro del diavolo, come dice propriamente l'etimologia del suo nome, è quello di “dia-ballein”: separare, allontanare, porre inimicizia. Nel giardino dell'Eden aveva già operato con successo la separazione tra l'uomo appena creato e il suo Creatore. Ora, nel deserto, tenta di porre inimicizia tra Gesù e il Padre. Ma stavolta il diavolo ha fatto male i conti. Pensava di trovarsi di fronte a un altro dei suoi pollastri umani. Gesù invece non scende a compromessi, non dialoga con lui ma cita solo brani della Scrittura. Col diavolo non si tratta: lo si taglia via, come quando interrompiamo bruscamente le chiamate dei call center che vogliono propinarci le loro fregature, o quando blocchiamo contatti e messaggi impropri sui social.

III.Per concludere.

Ancora oggi il diavolo si presenta con nonchalance, con l'apparenza di un burocrate ordinario (come Eichmann), vendendo i suoi prodotti mortiferi come se vendesse automobili di seconda mano. Tutto viene presentato come normale, o addirittura come un bene. Anche nei film e nelle serie televisive che vediamo tutti i giorni traspare la banalità del male, e ci siamo già abituati all'idea che sia normale sniffare cocaina, ingerire pasticche, ubriacarsi continuamente, tradire i propri partner, abbandonarsi a relazioni promiscue. È normale truffare, rubare, ingannare, sparlare, disprezzare (soprattutto i più deboli e fragili). I drammi e le tragedie diventano una banale routine alla quale ci assuefiamo rapidamente. Ci abituiamo all'orrore della guerra o ai migliaia di annegati nel Mare Mediterraneo, per i quali la nostra compassione dura quanto i secondi della notizia in TV o su internet. Magari ci lasciamo scappare anche un “poverini”, ma poi spegniamo la TV o il computer e usciamo a fare due passi in centro o a vedere un film al cinema come se niente fosse. Ecco allora che Gesù ci insegna a non rassegnarci alla banalità del male. Il male non è mai banale: è come un cancro che si insinua nel nostro corpo e, piano piano, uccide tutte le nostre cellule; e quando ce ne rendiamo conto siamo già nell'anticamera della morte.

Al male ci si può opporre, come Gesù nel deserto, che non ha lasciato spazio al suo interlocutore. Al male si può dire di no, come Franz Jägerstätter, il giovane contadino austriaco che preferì farsi uccidere piuttosto che obbedire a Hitler. Non vale la scusa: “Stavo solo obbedendo agli ordini”. Papa Francesco, parlando proprio di Franz Jägerstätter ai giovani europei, disse: «Se tutti i giovani chiamati alle armi avessero fatto come lui, Hitler non avrebbe potuto realizzare i suoi piani diabolici. Il male per vincere ha bisogno di complici». E invitò alla disobbedienza di fronte alla chiamata alla guerra.

Hannah Arendt non ebbe mai modo di spiegare pienamente cosa intendesse con la sua espressione “la banalità del male”. Conoscendo però la sua profonda intelligenza, non voleva certo dire che gli orrendi crimini dei nazisti fossero banali, ma che erano devastanti proprio perché apparivano come banali. Definendo il male come banalità, mostrava l'assoluta mostruosità del male stesso.

Il male è potente non perché è grande, ma perché è banale. La Quaresima è il tempo per smascherarlo, per non chiamare “normale” ciò che ci separa da Dio, per diventare uomini e donne non banali.



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